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11 aprile 2019 Commenti disabilitati su Valorizzare il territorio: perché ha senso investire in cultura Views: 306 In depth, News, Posts, Read, Workshop

Valorizzare il territorio: perché ha senso investire in cultura

Al Museo Civico di Bassano, il workshop organizzato da Operaestate Festival Veneto entra nel vivo della questione e dà risposte convincenti.

 

Perché la cultura è importante? Quanto può essere remunerativo l’investimento in cultura?
Pare proprio necessario ritornare su queste vecchie domande, dopo che i vincoli fissati per accedere alla pensione con Quota 100 escludono categoricamente chi di fatto fa l’attore, il danzatore, il musicista, l’autore, insomma i professionisti dello spettacolo e i creativi. Emanuela Bizi, di Slc Cgil nazionale, ha dichiarato: «Non c’è alcuna possibilità per gli artisti e i creativi italiani di poter accedere alla pensione utilizzando Quota 100, un provvedimento tanto decantato da questo Governo e che sembra ribadire che fare cultura in Italia non conviene.»

«Fare cultura in Italia non conviene». È veramente così?
Che cosa vuol dire per un territorio investire in cultura e in coloro che fanno cultura?
Partiamo da un semplice esempio: dal titolo di Capitale della Cultura Europea che da più di trent’anni l’Unione Europea conferisce a una o più città, e che per il 2019 è stato assegnato a Matera, e a Plovdiv in Bulgaria. L’importanza di questo titolo risiede non tanto sulla possibilità di accrescere la capacità attrattiva dal punto di vista turistico della città designata, durante l’anno del titolo – del resto in Italia il turismo culturale e paesaggistico è già una miniera d’oro. Quanto piuttosto nell’innescare un profondo processo trasformativo socio-economico e culturale del territorio negli anni avvenire. Proprio per questo la Comunità Europea assegna il titolo alla città che «manifesta una particolare “urgenza”, ovvero un insieme di criticità sociali, economiche e culturali che possono essere affrontate in modo particolarmente efficace attraverso una progettualità appositamente sviluppata e centrata sulla cultura.»
È la cultura quindi lo strumento che fa la differenza, e che secondo la Comunità Europea è in grado di ridare slancio e vita allo sviluppo di un territorio.

Cultura e cambiamento comportamentale.
Cerchiamo ora di capire in modo più approfondito in che cosa consiste il reale valore remunerativo della cultura, e lo facciamo riprendendo alcune parti dell’intervento che il professore Pierluigi Sacco, economista e consulente del Commissario Europeo all’Istruzione e alla Cultura, ha tenuto al Museo Civico di Bassano del Grappa in occasione del workshop “Comunità Cultura Patrimonio per il contrasto alla povertà culturale” organizzato da Operaestate Festival Veneto lo scorso 27 marzo, nell’ambito del progetto Valore Territori promosso da Fondazione Cariverona.

L’Assessore alla Cultura di Bassano Giovanni Battista Cunico e l’economista Pierluigi Sacco.
Photo by Roberto Cinconze

Il professore Sacco nel corso del suo intervento ha spiegato come in realtà non sia così importante cercare di misurare remunerativamente l’impatto della cultura, perché la cultura, per sua stessa natura, produce un impatto molto più profondo, in quanto interviene direttamente nel cambiamento comportamentale. Lo spunto per cominciare la riflessione su questo tema è stata l’attività pratica proposta a sorpresa all’inizio dell’incontro organizzato da Operaestate, che già da un po’ di tempo sta sperimentando approcci meno convenzionali, ma letteralmente più esperienziali di partecipazione ai propri workshop e convegni.
In questo caso i partecipanti – amministratori comunali, assessori, gente comune, operatori teatrali e culturali, danzatori, coreografi, insegnati di danza e di Dance Well – sono stati coinvolti, e qualcuno inizialmente suo mal grado, proprio in una classe di Dance Well. Una pratica artistica legata al movimento e alla danza rivolta principalmente a persone affette dal morbo di Parkinson, ideata e attivata nel 2013 dal CSC Casa della Danza di Bassano, che da anni coinvolge un gruppo sempre più allargato di persone. È stato chiesto, non in maniera autoritaria ma libera, di creare inizialmente un contatto visivo con gli altri muovendosi liberamente nello spazio a disposizione, poi di ridefinire attraverso semplici e giocosi movimenti la distanza tra sé e gli altri, e infine di creare un gesto espressivo di incontro con l’altro.
Dal punto di vista delle scienze sociali, attraverso questa pratica condivisa – ha ricordato il professore Sacco – sono stati rinegoziati i confini di intimità fisica e psicologica, ridefinendo la propria grammatica spaziale, che ha a che vedere con il sistema sensoriale ed emozionale, che a sua volta produce dei sistemi di allarme quando il proprio spazio viene ridefinito da un altro soggetto.

Alcuni momenti del workshop.
Photo by Roberto Cinconze

«Il modo migliore per creare un senso di gruppo – ha spiegato Sacco – e questo sistema è stato validato da decenni di esperimenti sociali, è far fare alle persone qualcosa che comporti dei movimenti sincronizzati. Basta pensare alla marcia dei militari, al cantare in coro, o come nel nostro caso all’esperienza che abbiamo appena vissuto, il danzare insieme. Ma il nostro istinto verso il gruppo arriva fino al punto in cui che se in modo casuale venissimo divisi in due gruppi A e B, saremo disposti a cooperare e a distribuire maggiori risorse agli appartenenti al nostro gruppo piuttosto che a quelli dell’altro gruppo, anche se per noi sono indistintamente tutti degli sconosciuti. Questo vuol dire che nel corso del tempo noi abbiamo sviluppato una profondissima forma di programmazione comportamentale che associa al far parte di uno stesso gruppo tutta una serie di conseguenze sociali. La nostra capacità di cooperazione, la pro-socialità ha un carattere fortemente tribale. Uno dei fenomeni che oggi preoccupa di più, e che ha una chiara caratterizzazione culturale, è il fatto che la diffusione delle piattaforme digitali sta creando delle manifestazioni, un tempo meno visibili e rilevanti di oggi, di formidabile violenza e aggressività verso persone che in qualche modo non fanno parte del nostro gruppo. E questo lo si vede a qualunque livello. Questo tribalismo è un riflesso dei nostri istinti sociali profondi.»

La Cultura può fare la differenza. Perché?
Come possiamo contrastare questo tipo di tendenza sociale? Che tipo di politiche potrebbero essere messe in atto?
«Dare una risposta concreta è difficile, ma una delle poche cose che si possono fare è invertire il senso culturale.» ha risposto Sacco.
Cosa vuol dire concretamente?
«È importante capire che ruolo ha la cultura nell’influenzare questo tipo di comportamenti sociali – ha continuato il professore – la Commissione Europea sta spingendo in questa direzione, invertendo letteralmente la prospettiva, ovvero chiedendosi: quali sono le aree, le urgenze che contano davvero? La cultura può fare effettivamente la differenza per queste aeree? Tra le tante possibili ne sono state individuate tre: il rapporto tra cultura benessere e salute, il rapporto tra cultura e coesione sociale, e il rapporto tra cultura e innovazione. La cultura è una forma di programmazione comportamentale, che non significa per forza manipolare le persone, o convincerle contro le loro intenzioni a fare delle cose. Ma ci sono tutta una serie di segnali, di elementi del linguaggio del corpo, della comunicazione che attiva in maniera estremamente prepotente una serie di risposte cognitive ed emozionali che fanno parte ormai di una storia per noi antichissima; siamo programmati ormai quasi biologicamente a rispondere con attenzione e coinvolgimento emotivo a un certo tipo di segnali.»

Cultura e coesione sociale.
Come facciamo a utilizzare questi “segnali” per superare le problematiche di cui si diceva sopra?
Al riguardo il professore Sacco ha ricordato alcune esperienze tra cui quella della West-Estern Divan Orchestra, fondata da Daniel Barenboim che fa suonare e dialogare insieme musicisti israeliani e palestinesi, egiziani, siriani, libanesi, oltre che spagnoli e tedeschi. L’esperienza di suonare insieme in alcuni momenti è stata una delle poche vie di comunicazione che sono esistite tra Israele e Palestina, ed è stata ed è di fatto un’ occasione per negoziare il punto di vista verso l’altro anche di popolazioni che sono ad alti livelli di conflitto. Ma possiamo pensare anche a un’esperienza più vicina come quella della Orchestra Giovanile Sanitansamble che Don Antonio Loffredo ha contribuito a creare nel quartiere Sanità di Napoli nel 2008. Un progetto e un’occasione di riscatto sociale e un chance di vita per dei ragazzi del quartiere complesso fortemente legato alla camorra. E ancora al progetto di Dance Well, di cui si diceva sopra e di cui potete leggere ancora nel nostro blog e qui, che dal 2013 sta dimostrando di generare un miglioramento della qualità della vita e delle relazioni interpersonali dei partecipanti, e delle loro famiglie, tanto da essere diventato oggetto di studio di un gruppo di ricerca del Dipartimento di Medicina riabilitativa della Casa di Cura Villa Margherita di Arcugano a Vicenza.
Un altro esempio che calza a pennello è la narrazione. Se ne è parlato tanto anche in relazione alla grande scoperta italiana dei neuroni specchio. Leggere un libro, ossia fare un’esperienza immersiva per un lungo periodo di tempo, è un modo per vivere delle esperienze che non siamo in grado o non possiamo fare se non attraverso i personaggi di una storia. È un’esperienza che “costringe” ad assumere il punto di vista di altre persone e produce la formazione di capacità cognitive. Ecco perché a volte sviluppiamo una vera forma di dipendenza dalle storie, dalle serie televisive (il cosiddetto binge watching) e da dei personaggi che sappiamo bene non sono mai esistiti.
«Noi siamo programmati per dare importanze a queste cose. Noi siamo essere culturali. Lavorando in modo intelligente su questa capacità che la cultura ha di influenzare tutti gli aspetti della nostra esperienza quotidiana dall’aspetto cognitivo a quello emozionale con questa profondità, è possibile produrre degli effetti economici e sociali complessi ed importanti, senza doversi preoccupare della monetizzazione dell’esperienza culturale.»

Alcuni momenti del workshop. Photo by Roberto Cinconze

Cultura, benessere e salute.
Passiamo ora a considerare invece il rapporto tra cultura, benessere e salute pubblica. L’invecchiamento della popolazione e l’ospedalizzazione pongono sfide sempre più importanti di sostenibilità per tutti i paesi, anche perché si intrecciano inesorabilmente con questioni di sostenibilità finanziaria. Più che ragionare sul come rimediare alle condizioni che hanno portato la malattia, è più importante oggi creare le condizioni che fanno stare bene la gente, che non solo la fanno vivere di più ma la fanno soprattutto vivere bene. Ed è qui che la cultura ha un’influenza enorme.
«Oggi sappiamo che le persone che hanno una regolare esperienza di fruizione culturale di vario tipo hanno livelli più alti di benessere psicologico generale e vivono in media 2 anni e mezzo in più degli altri – ci ha raccontato Sacco. Nella fase di transizione dall’età in cui si lavora a quella della pensione, le persone mediamente subiscono un collasso delle loro reti relazionali e di stimolazione cognitiva. La cultura può concorrere a limitare questo tipo di collasso perché è uno dei campi in cui l’aspetto di reti sociali e di stimolazione cognitiva si comprimono meno. In alcuni casi la musica classica, o il movimento, che hanno una forte componente sociale possono avere un effetto sulla salute che è paragonabile a quello che si ottiene con rimedi farmacologici. Esistono già diversi studi sulla terapia del dolore post operatorio che dimostrano per esempio che l’ascoltare musica classica dopo interventi dolorosi ha un effetto antidolorifico in parte sostitutivo ai principi dei medicinali. Se le persone stanno meglio nella fase della vecchiaia si ospedalizzeranno di meno. Una riduzione del 5% dell’impatto economico di questo tipo di conseguenza è molto più importante di quello che potrebbe essere l’introito dell’industria culturale italiana. Questo vuol dire che si può iniziare a ragionare nelle prospettive di creazione di valore sociale ed economico non necessariamente guardando a quello che è l’impatto diretto prodotto dall’esperienza culturale nel momento in cui si compra e si vende qualcosa, ma semplicemente in termi di impatto sul comportamento della persona e su come determinati comportamenti possono produrre effetti benefici per il singolo e per la comunità.»

Cultura e innovazione.
Il rapporto tra innovazione e cultura, dove per innovazione non si intende solo quella tecnologica come siamo soliti pensare, ma anche sociale, che è un tema ancor più importante, risiede nella possibilità che la cultura ha di influenzare la reazione di tutta la società all’idee nuove.
I paesi con un’alta percentuale di accesso culturale hanno di solito anche un’alta performance innovativa e viceversa.
«Quello che rende più o meno un paese innovativo è ciò che succede alle idee quando escono dal laboratorio. Per trasformare una buona idea in innovazione c’è bisogno che questa idea cominci a creare valore, e per fare ciò ha bisogno che qualcuno conceda un fido all’imprenditore che un’idea importante, che un amministratore faccia da facilitatore anziché da ostacolo a certi tipi di pratiche, che l’opinione pubblica di fronte a idee nuove non si trincei immediatamente sulla difensiva prima di capire di cosa si tratta, ecc… Il modo migliore di giocare con le idee nuove per acquisire le competenze che mi servono per affrontarle sono le forme di innovazione culturale più radicali e irritanti. Pensate a quanto irritante fu la corrente dell’espressionismo, o opere come l’orinatoio di Duchamp. Quando abbiamo a che fare con un’esperienza disinteressata, senza qualche motivazione in particolare se non l’interessa del farla, di poter sperimentare senza costi, si sviluppa dentro di sé un laboratorio interiore con cui gioco con le nuove idee, e con la mia capacità di rapportarmi ad esse senza scappare, sviluppando la capacità per mettermi in discussione e per decidere se questa nuova idea è veramente qualcosa di interessante o meno. E più queste idee mi raggiungono nel posto dove vivo o dove lavoro, meno ne avrò paura. Ci sono serissimi motivi per pensare che la partecipazione culturale sia letteralmente una piattaforma che crea innovazione.
Un territorio che ambisce ad essere competitivo nell’ambito dell’innovazione internazionale ma non è in grado di utilizzare l’esperienza culturale come piattaforma di innovazione, perde una grande opportunità.»

Tornando ora alle questioni poste all’ inizio, la risposta è positiva: la cultura quando è vista, osservata, studiata, valutata dal punto di vista giusto ossia dalla capacità di influire letteralmente sui nostri comportamenti, sulle nostre capacità cognitive ed emozionali, di agire come una forma di programmazione culturale, acquista immediatamente un’importanza e un valore enormi. La buona notizia che ci ha dato il professore Sacco è che questo la Comunità Europea lo sta capendo e vuole spingere e indirizzare l’Europa affinché diventi un laboratorio di sperimentazione. Questo significa che per tutti i nostri territori si aprono delle possibilità enormi, e anche che potrebbe finalmente venir meno quella forma di ostilità nei confronti della cultura che spesso e volentieri – ne abbiamo avuto un esempio recente con il commento di Elena Stancanelli verso il linguaggio del coraggioso e ammirevole quindicenne di Torre Maura – è stata rappresentata come un modello di forma esperienzale che evoca una differenza sociale tra colti e non colti, in una logica tribale di inclusione ed esclusione. Noi siamo essere culturali diceva prima il professore Pierlugi Sacco, la cultura è già profondamente radicata anche nelle persone più refrattarie. L’importante è creare le condizioni perché le persone si sentano parte di questo gioco.

  • Luisa Carnielli. Workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • Pierluigi Sacco. Workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • Luisa Carnielli e i partecipanti del workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • Luisa Carnielli e i partecipanti del workshop Comunità/Cultura/Patrimonio
  • workshop Comunità/Cultura/Patrimonio

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