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24 agosto 2018 Commenti disabilitati su Intervista | Andrea Costanzo Martini: “ho iniziato a danzare guardando Michael Jackson, ma quello che volevo fare l’ho scoperto con Ohad Naharin” ITA/ENG Views: 146 Interviews, News, Posts, Read, Senza categoria

Intervista | Andrea Costanzo Martini: “ho iniziato a danzare guardando Michael Jackson, ma quello che volevo fare l’ho scoperto con Ohad Naharin” ITA/ENG

ENGLISH VERSION FOLLOWS BELOW

«Michael Jackson è stato anche il più grande ballerino dai tempi di Fred Astaire», diceva qualche anno fa Jon Pareles, uno dei più autorevoli critici musicali americani.
Non è un caso quindi se il coreografo e danzatore piemontese Andrea Costanzo Martini – cresciuto a cavallo tra gli anni 80 e 90 quando i video di Michael Jackson spopolavano e facevano la fortuna del canale musicale MTV – dice che la “chiamata” per la danza la deve proprio al grande cantante pop.
«Mi sono avvicinato alla danza da piccolo, guardando i videoclip di Michael Jackson. Mi ricordo ancora la sensazione di essere imprigionato davanti alla televisione, ipnotizzato da questi video bellissimi. Mi piacevano le sue canzoni, ma ancor di più mi piaceva guardare Michael Jackson danzare.»

Tentare di imitare al meglio il re del moonwalk è stato un primo inzio per il giovanissimo Martini che poi, una volta deciso che danzare era quello che veramente voleva fare, ha salutato la sua Cuneo ed è partito alla volta di Torino per intraprendere, e poi completare a Monaco di Baviera, gli studi di danza classica.

«Ho avuto una vera passione per la danza classica, che dura ancora adesso. Mi piace molto l’aspetto tecnico, l’estetica, la fantasia della danza classica.»

Che cosa intendi dire con “fantasia della danza classica”?
«La danza classica è un mondo in cui tutto è speciale. Nella danza classica non c’è niente di normale. Quando vediamo una ballerino sul palcoscenico, il ballerino è subito straordinario perché fa qualcosa che noi non siamo in grado di fare, fa qualcosa che lo eleva e lo rende migliore di chi lo guarda. Per me questa è la fantasia: un mondo che non rispetta le regole della vita di ogni giorno. Un mondo che ha tutto un altro set di leggi, non solo il vocabolario, è il modo di essere che è completamente diverso. E poi c’è l’aspetto della difficoltà: non si diventa ballerini classici in un giorno. L’ho sperimentato sul mio corpo, ed è stato qualcosa che mi ha catturato. Ci vuole tanto tempo per raggiungere qualcosa di estremamente difficile, di unico. E’ questo che mi piace nella danza classica. Ed è qualcosa che cerco anche nella mia ricerca coreografica: qualcosa che non tutti possono fare. Per me il palcoscenico è un luogo superiore alla realtà di tutti i giorni. Un mondo altro.»

Il palcoscenico è un mondo altro sia per il performer che per lo spettatore?
«Sì, assolutamente. Credo molto nel ruolo di spettatore, in opposizione al ruolo di performer. Credo che si possa giocare fra i due ruoli, nel momento in cui sono chiari. Come spettatore a me piace essere solo spettatore e mi piace offrire la possibilità di essere solo uno spettatore, senza obbligare l’audience a diventare parte attiva dello spettacolo, non sento questo tipo di bisogno nelle mie coreografie. Anzi mi piace molto l’idea di intrattenimento, sono qui per intrattenere voi e non viceversa… forse ho ancora il retaggio di Michael Jackson!»

E’ un pensiero in controtendenza rispetto ai tanti progetti di audience development e engagement su cui stanno investendo diversi festival e centri di produzione…
«Assolutamente. Penso che l’audience development sia fondamentale, ma mi piace pensare di poter regalare un’ora di evasione, e questo non vuol dire che quest’ora non possa era piena di cose molto significative. Io stesso come spettatore completamente distaccato ho avuto esperienze molto significative. Spesso lo spettatore ha una gran lavoro da fare di interpretazione, decifrazione. Non credo che per l’audience rimanere seduti a guardare uno spettacolo sia un ruolo passivo. Il lavoro della coreografia è proprio quello di offrire uno stimolo che sia valido e che chieda tanto.»

Con questa grande passione per la danza classica come mai sei passato alla danza contemporanea?
«Mi sono stufato di vivere in Germania! In realtà ho preso coscienza dei miei limiti nella danza classica come performer, e dall’altra parte ho seguito il desiderio sempre più grande di sperimentare altre strade, anche se la maggior parte della danza contemporanea che vedevo attorno a me non mi interessava. Poi ho visto uno spettacolo di Ohad Naharin che invece mi ha catturato completamente, in cui mi sono riconosciuto, e ho detto questo è quello che voglio fare! Così ho fatto direttamente l’audizione per entrare in Batsheva (Batsheva Dance Company, ndr), e ci sono entrato come danzatore classico, poi è seguito un bel periodo di adattamento.»

Che cosa ti aveva colpito nello spettacolo di Ohad Naharin?
«Il primo spettacolo l’ho visto in video e ricordo ancora bene la sensazione di chiarezza. C’era chiarezza in tutto quello che vedevo. Lo spettacolo era molto bello, molto delicato e c’era moltissimo rigore, ma era un rigore in qualcosa che non riuscivo a comprendere ancora cosa fosse, mi rendevo conto però che c’era qualcosa di speciale in quello che vedevo.»

E poi sei diventato anche un insegnante di Gaga, che insegni tutt’ora sia a Tel Aviv che in giro per il mondo.
«E’ un linguaggio che mi ha influenzato tantissimo. Lo uso innanzitutto come scatola degli attrezzi per prepararmi alla giornata che mi aspetta. E’ un modo per ricordarmi di mettere sempre al centro il corpo. Quando mi sembra di allontanarmi, quando inizio a preparare dei lavori a tavolino, quando sto cercando un’idea, tornare a lavorare sul corpo mi ricorda che tante cose è meglio trovarle direttamente sul corpo che immaginarle.»

Quest’anno sei stato scelto dal network Aerowaves, di cui anche Operaestate Festival è partner, per partecipare all’anno pilota del progetto Offspring, una nuova iniziativa che consentirà ad alcuni coreografi e danzatori di entrare in dialogo con un pubblico di giovanissimi, ovvero di bambini. A Bassano, durante il mese di luglio si è svolto una parte del percorso previsto, hai tenuto un workshop per il gruppo di giovani danzatrici che partecipano al progetto di formazione Mini-Bmotion, e che durante il festival assisteranno al tuo spettacolo «Scarabeo_Angles and the void».
«La proposta di Aerowaves consiste nel creare un incontro tra uno spettacolo e un pubblico giovane. Questo incontro può avvenire in modi molto diversi tra loro, e con ogni partner del progetto abbiamo stabilito delle strategie diverse. All’inizio mi era stato proposto di creare una versione alternativa dello spettacolo per un pubblico giovanile, ma questo tipo di ricerca si verificherà solo con in seguito e solo con due dei partner.
L’altra opzione, su cui ho lavorato qui a Bassano, è presentare in forma di workshop il materiale della coreografia così com’è ai bambini.»

Com’è andata?
«Ho lavorato con un gruppo di bambine tra gli 8 e i 13 anni che hanno già una certa dimestichezza con il corpo. Dopo il primo incontro, dove abbiamo fatto un esperimento di composizione istantanea, ho pensato di provare a passare loro del materiale complesso, pensato per danzatori formati. Quello che ho notato è che il concetto di difficoltà sta più in chi guarda che in chi esegue. Nel senso che qualsiasi cosa io abbia proposto, loro l’hanno fatta tenendo conto di tutte le informazione che gli ho passato, informazioni che sono abbastanza complicate e che riguardano interpretazione, intensità di sguardo, sensazione. Mi sono reso conto che tante delle mie preoccupazioni sono solo preoccupazioni da adulto, sono io che vedo il bambino con dei limiti. Il lavoro che faccio si basa molto sulle sensazioni e sui sensi, ed è stato interessante vedere dove le bambine hanno coscienza e dove non ce l’hanno. Si sono create delle situazioni che possono spiazzare noi adulti, ma poi mi sono reso conto che i loro gesti erano movimento e basta, senza avere nessuna altra connotazione. E questo mi riporta alla mia esperienza iniziatica con Michael Jackson. Quando da ragazzino cercavo di rifare i suoi movimenti, come quelli con il bacino, ai miei genitori creava imbarazzo. Per me era solo un movimento con delle sfide tecniche, quello che mi interessava era capire come muoverlo in quel modo. Credo sia importante crescere senza dare una connotazione negativa alle parti del corpo. Mi piace offrire la possibilità di liberarsi, tanto le connotazioni arriveranno comunque quindi inutile aggiungerle dove non c’ è bisogno.»

Durante Bmotion Danza le bambine con cui hai lavorato saranno tra il pubblico, e vedranno direttamente sul palcoscenico il montaggio coreografico del materiale su cui avete lavorato insieme, interpretato però da te e da Avidan Ben-Giat. Questa esperienza, e sapere che il tuo pubblico sarà formato anche da bambini, ha influenzato in qualche modo il tuo lavoro?
«Il mio sguardo non è cambiato molto, eccetto nella convinzione che un pubblico di bambini si possa approcciare a un lavoro di danza in maniera molto meno snob di un pubblico adulto. Con un pubblico di bambini si capisce subito se una situazione è interessante o no, noi adulti tante volte ci sforziamo di rendere interessante quello che vediamo, i bambini non lo fanno, se non è interessante si mettono a parlare tra di loro o fanno altro. E’ un bel modo per ricordarsi di fare ogni tanto qualche controllo con la realtà. Poco tempo fa ho fatto uno spettacolo a Cuneo con un pubblico misto, c’erano molte situazioni in cui i bambini ridevano, mentre gli adulti gli facevano segno di tacere. Ho ho avuto così modo di notare come il pubblico adulto si metta dei limiti: non rido perché non so se devo ridere. Mentre i bambini ridono semplicemente perché qualcosa li diverte. Avere in sala un pubblico misto è importante per ricordarci di guardare le cose per quello che sono.»

Guardando alla tua esperienza, sia come allievo che come insegnate, nel trasmettere la danza quali sono i passaggi più importanti?
«Come insegnante penso che la cosa fondamentale sia passare il desiderio per il movimento e il desiderio del rigore nella ricerca. Legare il rigore al desiderio. Lavorare sodo per migliorarsi è qualcosa che può dare tantissimo piacere. Inoltre è importante chiedere sempre di più, quando si smette di chiedere e perché ci si è arresi o si è abbandonato lo studente. Gli insegnanti che mi hanno formato di più sono quelli che hanno continuato a chiedere, anche quando ero già migliorato, e anche quando qualcosa sembrava non potermi venire mai bene.
Come allievo invece è importante prendere tutto ciò che si può, e la pazienza, che è una caratteristica che dovrebbe appartenere più a chi studia che a chi insegna. Pazienza anche nella fatica, anche se i risultati non si vedono per mesi. E imparare a goderseli questi momenti di fatica!»

by Rita Borga

Photo by Yair Meyuhas

ENG
INTERVIEW | ANDREA COSTANZO MARTINI: “I started dancing watching Michael Jackson, but I found out what I wanted to do thanks to Ohad Naharin”.

«Michael Jackson was the greatest dancer since Fred Astaire», said Jon Pareles, one of the most renowned american musical critics, a few years ago.
It is no coincidence that the choreographer and dancer from Piemonte Andrea Costanzo Martini – who grew up between the 80s and the 90s when Michael Jackson’s videos were going viral and were ensuring the success of the music channel MTV – says that he owes his calling fro dance to the great pop singer.
«I was drawn to dance as a young boy, watching Michael Jackson’s video clips. I still remember having the sensation of being trapped in front of the TV, hypnotised by these amazing videos. I loved his songs, but even more so I love watching Michael Jackson dance.»
Trying his best to imitate the king of the moonwalk was the beginning for the very young Martini, who then, having decide that dancing was what he really wanted to do, bid farewell to his hometown Cuneo and left for Turin to undertake his studies of ballet, which he then completed in Munich.
«I had a true passion for ballet, which continues to this day. I really appreciate the technical aspect, the aesthetic, the fantasy of ballet.»

What do you mean by “the fantasy of ballet”?

«Ballet is a world in which everything is special. There is nothing ordinary in ballet. When we see a dancer on stage, the dancer immediately appears as extraordinary, because he does something we are not able to do, he does something that elevates him and makes him better than whoever is watching him. To me, this is fantasy: a world that doesn’t abide by the rules of everyday life. A world that has a whole other set of rules, not just the vocabulary, it is the way of being that is completely different. And then there is the aspect of the difficulty: you don’t become a ballet dancer in a day. I experienced it on my own body, and it was something that captivated me. You need a long time to achieve something that is extremely challenging, unique. This is what I like about ballet. And it’s something I look for even in my choreographic research: something not everyone can do. To me a stage is a place that is superior to everyday reality. A whole other world.»

Is the stage a different world both for the performer and for the spectator?

«Yes, absolutely. I really believe in the role of the spectator, in opposition to the role of the performer. I think it is possible to play between these two roles, provided they are clear. As a spectator, I like being just a spectator and I like offering the possibility of being just a spectator, without forcing the audience to become an active part of the performance. I don’t feel the need to do this in my choreographies. On the contrary, I really like the idea of entertainment, I’m here to entertain you and not the other way around…maybe I still carry Michael Jackson’s legacy!»

It is a belief that goes against the trend of many projects of audience development and engagement in which many festivals and centres of production are investing…

Absolutely. I think the audience development is crucial, but I like to think I can donate an hour of evasion, and this doesn’t mean that this hour can’t be full of things that are very significant. As a completely detached spectator I had some very significative experiences myself. Often the spectator has a lot of work to do in terms of interpretation, deciphering. I don’t think that sitting down watching a performance is a passive role for the audience. The job of the choreography is in fact that of offering a stimulus that is valid and demands a lot.»

With this great passion forb ballet, why did you switch to contemporary dance?
«I got tired of living in Germany! Actually, I became conscious of my limits with ballet as a performer, and on the other hand I followed my ever growing desire to experiment with different paths, although I wasn’t interested in most of the contemporay dance I saw around me. Then I saw a performance by Ohad Naharin which, instead, completely captivated me, with which I identified myself, and I said ‘this is what I want to do’! So I auditioned straight away for Batsheva (Batsheva Dance Company, ndr), and I got in as a ballet dancer, then a period of adjustement followed.»

What had struck you in Ohad Naharin’s performance?
«The first performance I saw was in video format and I still remember that feeling of clarity well. There was clarity in everything I saw. The show was beautiful, very delicate, and there was so much rigour, but it was a rigour in something that I couldn’t yet understand what it was, but I realised that there was something special in what I was seeing.»

And then you became a teacher of Gaga, which you still teach both in Tel Aviv and around the world.
«It’s a language that has influenced me massively. I use it first of all as a tool box to prepare for the day ahead of me. It’s a way of reminding myself to always put the body at the centre. When it seems to me that I might be distancing myself, when I start preparing works rationally, when I’m looking for an idea, going back to working on the body reminds me that many things are best found directly on the body, rather than imagining them.»

This year you have also been chosen by the Aerowaves network, of which Operaestate Festival is also a partner, to participate in the pilot year of the Offspring project, a new initiative that will enable some choreographers and dancers to start a dialogue with a very young audience. A part of the course planned took place in July in Bassano, you held a workshop for a group of young dancers who take part in the training project Mini-Bmotion and who will attend your performance “Scarabeo_Angles and the void” during the festival.
«The Aerowaves proposal consists in creating a meeting between a performance and a young audience. This meeting can take place in very different ways, and we have come up with different strategies with each partner of the project. At first it was proposed to me that I should create an alternative version of the performance for a young audience, but this type of research will only take place later on and only with two partners.
The other option, which I’ve worked on here in Bassano, is to present in workshop format the choreography’s content as it is to the children.»

How did it go?
«I worked with a group of young girls between 8 and 13 years old who already have a certain understanding and familiarity with the body. After the first meeting, when we made an experiment of instantaneous composition, I thought of trying to pass on to them complex material, thought of for professional dancers. What I noticed is that the concept of difficulty exists more in the person who is looking than in the person who is executing. What I mean is that whatever I proposed, they did it bearing in mind all the information I gave them, information that is relatively complex and that is related to interpretation, intensity of the gaze, sensation. I realised that many of my worries are just adult worries, I’m the one who sees children as having limits. The work I do is very much based on sensations and senses, and it was interesting to see where the girls had awareness and where not. Certain situations came about that can startle us adults, but then I realised that their gestures were simply movement, without any other connotation. And this takes me back to my initiatory experience with Michael Jackson. When, as a boy, I tried to replicate his movements, like those with the pelvis, my parents felt embarrassed. For me it was simply a movement with technical challenges, what interested me was understanding how to move it in that way. I think it’s important to grow up without giving a negative connotation to body parts. I like to offer the chance of letting loose, connotations will come anyway so it is useless to add them where there is no need.”

During Bmotion Danza the girls you worked with will be among the audience and they will see directly on stage the choreographic editing of the material you worked on together, but interpreted by you and Avidan Ben-Giat. Has this experience, and knowing that your audience will include children too, influenced your work in any way?
«My view didn’t change much, except in the conviction that an audience of children can approach a dance piece in a much less snobbish way than an adult audience. With an audience of children you understand immediately if a situation is interesting or not, us adult often force ourselves to find what we see interesting,
children don’t, if it isn’t interesting they start talking to each other or they do something else.
It’s a good way to remember to get a reality check once in a while. Not long ago I performed in Cuneo for a mixed audience, there were many situations where the children laughed, while the adults told them to be quiet. And so I was able to nitce how an adult audience puts limits on itself: I don’t laugh because I don’t know whether I should. Whereas children laugh simply because they find something funny. Having a mixed audience is important to remind ourselves to look at thinghs the way they are.»

Looking at your experience, both as a pupil and as a techer, what are the most important steps when passing on dance?
«As a techer I think the crucial thing is to pass on the desire for movement and for rigour in research. Tying the rigour to the desire. Working hard to improve is something that can give great pleasure. It is also important to always ask for more, when you stop asking it’s because you’ve given up or because you’ve abandoned the student. The teachers who taught me the most are those who kept on asking, even when I had already improved, and even when it looked like I would never succeed in doing a certain thing well.
Wherea as a pupil it is important to take everything you can, and patience, which is a trait that should belong to those who study rather than to those who teach. Patience even when struggling, and even if you don’t see results for months on end. And learn to enjoy these moments od struggle!»

by Rita Borga
translated by Elena Baggio

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