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20 luglio 2020 Commenti disabilitati su Torniamo a narrare la danza | intervista a Massimiliano Volpini Views: 584 In depth, Interviews, News, Read

Torniamo a narrare la danza | intervista a Massimiliano Volpini

Massimiliano Volpini, coreografo di provenienza scaligera, è noto anche ai meno appassionati per la sua intensa collaborazione con Roberto Bolle, dal programma televisivo “Danza con me” alla festa della danza “OnDance”. Operaestate affida a lui l’apertura di questa edizione particolare, e sarà un Gran Galà Classico a festeggiare, martedì 28 luglio 2020, a Bassano del Grappa, il quarantennale del Festival.
Abbiamo avuto il privilegio di dialogare con lui su vecchie e nuove tematiche, sulla resistenza della danza classica, l’utilizzo della tecnologia, il pre e post Covid-19, e per un breve momento ci siamo ritrovati a guardare l’arte con una speciale lente di ingrandimento | www.massimilianovolpini.com

Non si vedeva un Gran Galà Classico ad Operaestate da molti anni. Cosa dobbiamo aspettarci?
Un Galà Classico nel senso tradizionale del termine: dal contesto teatrale del palcoscenico del Castello Tito Gobbi, una situazione quasi “analogica”, al repertorio danzato da ballerini di formazione classica. Oltre alla grande Luciana Savignano saranno presenti danzatori del Teatro alla Scala – Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko, Claudio Coviello, Vittoria Valerio, Gioacchino Starace – Opéra di Parigi – Alessio Carbone, Letizia Galloni – e Aterballetto – Philippe Kratz, Ivana Mastroviti. Per la maggior parte di loro sarà la prima esibizione dal lockdown.
C’è un sottotitolo, “di quell’amor ch’è palpito”.
Non volevamo incentrare l’evento sul puro virtuosismo, ma sull’evoluzione stilistica della danza. E l’amore è un tema universale che ben si presta a fare da fil rouge ad una serata che spazia dall’Ottocento ai giorni nostri, da Giselle e Il Corsaro a Bigonzetti, Millepied e lo stesso Kratz. L’amore – drammatico, avventuroso, classico, sensuale – è un ottimo narratore che si fa trattare in ogni epoca.
Dove si inserisce Massimiliano Volpini?
Oltre alla regia, creerò una breve coreografia per Luciana Savignano ed Emanuele Chiesa. Non ci stupiamo più se una coppia è formata da una giovane donna ed un uomo anziano, ma fatichiamo a non giudicare la situazione opposta. Voglio raccontare questo amore tra espressività teatrale e delicate suggestioni.

#minoritydance Si dice che la danza sia figlia di un Dio minore. Condivide questa affermazione?
Provengo dal Teatro alla Scala dove i ballerini sono tutelati, protetti da dei contratti. So di essere un privilegiato. Conosco ovviamente la situazione di gran parte dei danzatori italiani che vivono il dramma della continuità lavorativa, che non possono concentrarsi su quello che stanno facendo perché devono già cercare cosa fare dopo. Non è solo un problema di intervento statale, manca proprio una cultura diffusa della danza. L’ideale sarebbe, come in Germania, che ogni teatro, e quindi ogni città, avesse la sua anche piccola compagnia. Ma poi tutte queste compagnie dovrebbero avere un pubblico…
Questa marginalità rende però la danza la più adatta a raccogliere altri messaggi minoritari.
Assolutamente. La danza è un veicolo fantastico. Proprio perché non necessita della parola può permettersi, attraverso immagini, suggestioni e istinto, una comunicazione più immediata, forte e veritiera che scavalca ogni retorica o politica.

#danzafutura Quali sono le prospettive della danza oggi, dopo l’esperienza Covid-19?
La danza classica gode di ottima salute, sta meglio di una ventina d’anni fa. C’è una richiesta crescente di grandi titoli, dall’English National Ballet al Teatro alla Scala stesso. Anche i coreografi che lavoravano più sulla fisicità si trovano oggi a confrontarsi con la narrazione – vedi Woolf Works di McGregor. Poi c’è l’aspetto registico, che era stato un po’ trascurato, e che ridiventa oggi necessario per condurre lo spettatore non solo attraverso un eventuale percorso narrativo, ma anche verso un flusso di emozioni molto mirato. Forse Ekman si avvicina di più a questa nuova necessità.
Quanto influisce il pubblico in questo rito collettivo chiamato Arte?
Anche in questo caso ho l’impressione che non sia più tempo di teatro d’avanguardia. Non si può ignorare il pubblico. Queste richieste – chiamiamole narrative – arrivano proprio dal pubblico delle grande compagnie. Penso anche ai lavori televisivi o agli spettacoli per l’Arena di Verona. Il pubblico vuole emozione, ma vuole anche capire. Vale anche per l’arte: Banksy ha successo perché lo capisci. Secondo me c’è bisogno di tornare ad un teatro tradizionale nell’essenza, ma con modalità nuove, come riuscì a suo tempo Mats Ek. Abbiamo snobbato per troppo tempo il pubblico, e il pubblico ha snobbato noi.

#spaziodigitale Possiamo annoverare la tecnologia tra le nuove modalità narrative? Di fatto, insieme a Roberto Bolle, avete già interagito in passato con proiezioni (Prototype), robot (La Cura), laser (Waves).
Inizialmente pensavo potessero nascere idee nuove da questo lockdown, ma tutta questa virtualizzazione non mi pare abbia generato qualcosa di veramente nuovo. Io sono molto incuriosito dalle tecnologie, e con Roberto Bolle ne abbiamo usate tante, ma nessuna di queste era una novità che potesse fare da protagonista. È un interessante strumento drammaturgico. Recentemente ho partecipato ad un convegno a Londra proprio su questa tematica e siamo arrivati tutti alla conclusione che se la tecnologia non è al servizio di un’idea artistica, ma è fine a se stessa, diventa inutile.

Durante il lockdown lei ha condiviso per tre settimane un video al giorno di circa 1 minuto, “videopensieri sulla quarantena”. Questo domani che ci si auspicava migliore si è poi avverato?
Mi sembra sia in un tempo lontanissimo. Avevo iniziato per la curiosità di parlare in questa nuova finestra priva di schermi che si apriva nel web. L’inaspettato riscontro di questi video ha creato in seguito un’aspettativa che minava quella genuinità iniziale. Con la riapertura c’è stata poi una rimozione di quel tempo, come se non fosse successo nulla. Non è un tempo che dimenticheremo, ma credo che lascerà il segno più avanti. Personalmente, forse più che essere migliore, oggi cerco di vivere meglio: non riempire le giornate di cose che non mi va di fare, ma cambiare “ritmo”, trovarne uno più naturale, sensato e armonico.
50 anni, un altro video, dove emergono zone di autocritica e di malinconia, pur sempre celate da una profonda autoironia.
L’autocritica c’è, e sempre molto lucida, ma oggi non c’è più severità. È come avere una super lente, anche nell’osservare gli altri. L’autoironia invece è una forma di difesa che ho sempre avuto e che cerco anche al di fuori: i generi letterali o cinematografici che più prediligo sono tutti marcati da una sottile malinconia condita di ironia che rende tutto apparentemente più leggero.
Ballerino o coreografo?
Assolutamente coreografo. È il mio elemento. Per quanto abbia amato quel periodo danzante della mia vita, ho lasciato il ballerino su quel palco.

Lara Crippa

Guarda anche la videointervista di Rita Borga a Massimiliano Volpini

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