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Editoriale | A Bmotion Danza siamo tutti nella stessa...

21 agosto 2018 Commenti disabilitati su Personal Archive | from practice to theory to dance Views: 249 In depth, Migrant Bodies, News, Posts, Projects, Read, Workshop

Personal Archive | from practice to theory to dance

Segue il diario in italiano di Sara Lando, sulle tre giornate dedicate all’Archivio Personale.
«Ogni giorno mi viene assegnato un colore.
Ho deciso di vivere questa cosa come una specie di oracolo: mi viene data la risposta di cui ho bisogno, la domanda la scelgo poi».

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According to Oxford dictionary an archive is «a collection of historical documents or records providing information about a place, institution, or group of people». But what is a personal archive? where do we store our history?

We are again in Bassano del Grappa, where four Dance Activists – Monica Gillette, Merel Heering, Peggy Olislaegers and Roberto Casarotto – have organized a 3-days dance practice / panel discussion on exploring what a personal archive is, how could different archives be explored, and how can a personal archive be shared.
A panel opens to everyone, no matter his or her background – from August 19th to 21st, 2018 – with the only condition of attending the whole confrontation, both physical and verbal. A welcoming walk, followed by a dance practice held by different dance artists (from Nora Chipaumire, Melanie Demers, Sangeeta Isvaran to Chiara Bersani and Giorgia Nardin) where each person could experiment different body languages and face a hint of his or her one.

Maybe not so surprising that the tough part came when trying to verbalize all the urgent questions arisen in the open discussion led by Peggy Olislaegers and addressed to the dance artists together with Selamawit Biruk, Ginelle Chagnon, Gwen Hsin-Yi Chang, Satchie Noro and Amerigo Pugliese.
Even if English had been chosen as the common language, we soon realized how easy it was to “get lost in translation”, how words change perspective according to that specific personal archive we carry with us. An active debate which seemed to be trapped among language barriers, and wanted to get rid of those words boundaries.

The result was a new universe of definitions and ideas, where dance (which also changed to “a living art”) seemed the only common ground where a practice “can help us to explore who we are” and a performance “a way of engaging multiplicity”. The physical practice becomes the starting point, the zero before entering in a dialogue with other bodies and other human beings, the awareness that allows us to build bridges and become responsible for the collectiveness.

So here follows different perspectives, questions, thoughts, generously collected by some of the participants, and that will be exploited during all Bmotion dance 2018.
We start from Sara Lando, a photographer just dropped in, who every day generously shared her precious diary.

Introduction by Lara Crippa (English)
Dairy, courtesy of Sara Lando (Italian)

19/08/2018
Ci metterò parecchio tempo a processare questa mattinata. Mi sono trovata infilata in una pratica di danza condotta da Nora Chipaumire. L’ignoranza a volte è un vantaggio, perché se avessi saputo qualcosa di lei probabilmente sarei stata troppo in soggezione per partecipare. È andata a toccare corde particolarmente sensibili adesso che ci avviciniamo al 5 settembre e ci sono stati momenti in cui è stato quasi troppo.
Però è stato un promemoria importante di quanto il corpo si porti addosso la nostra storia e di come forse l’unica soluzione sensata per confrontarsi con gli strappi della nostra storia passi per il corpo.
Le conversazioni che ne sono seguite mi hanno colpito non solo per gli argomenti che sono stati toccati, ma anche e soprattutto per le modalità di discussione: non so se il mondo della danza sia davvero così inclusivo o se sia frutto della selezione fatta per questo evento.
Mi sembra di far parte di una conversazione che capisco solo a tratti (che è una sensazione che ho quasi sempre in contesti diversi da mio), ma a differenza del solito ho l’impressione che sia così per tutti e che tutti ne siano consapevoli. E se da un lato vedo la disponibilità a cercare di comprendersi, dall’altro mi sembra ci sia anche la consapevolezza che potrebbe non sempre essere possibile.
È difficile spiegare a parole questa continua negoziazione dello spazio, questa tensione senza strappo, e sto cominciando a credere che forse le parole non sono il modo migliore e che non insegnare danza ai bambini, non includerla nelle vite degli adulti, ci lasci tutti un po’ più separati dal mondo

20/08/2018
L’oracolo della danza oggi mi ha infilato nella pratica di Chiara Bersani. Il suo lavoro sul corpo parte da presupposti e prospettive completamente diversi dalla maggior parte dei ballerini, per ovvi motivi, e la sua ricerca attorno alla fragilità mi ha colpito moltissimo.
Di tutte le pratiche a cui ho avuto modo di partecipare finora credo sia stata quella che mi ha dato maggiori strumenti che posso trasportare all’interno di quello che faccio io. La sua lezione è stata un esercizio di presenza, ma anche di modulazione della presenza per allargarsi e includere la stanza, gli stimoli dell’ambiente, gli eventi casuali. Gesti microscopici si gonfiano di importanza quando sono la risposta consapevole a una conversazione silenziosa e invece movimenti ampi cadono nel vuoto se nessuno li raccoglie.
Ci è stato chiesto di scegliere se essere pubblico o performer, di entrare e uscire da questi ruoli in modo fluido e una volta tolta dalle scatole la gabbia di un ruolo, ci si rende conto di come l’atto di assistere sia esso stesso parte integrante della coreografia. Un albero che cade nel bosco senza che nessuno ne porti testimonianza è una performance scarsa.
Gli studenti del workshop che terrò in California e Portogallo a ottobre probabilmente verranno usati come cavie umane per un approfondimento di una cosa che voglio testare.
Il resto della giornata è stata una continuazione degli argomenti iniziati ieri, sul discorso dell’archivio personale.
L’idea che ogni persona sia un archivio vivente ha senso su diversi piani, ma soprattutto trovo interessante l’idea che l’accesso all’archivio altrui debba essere mediato, che non sia scontato e che non sia sempre tutto accessibile per chiunque. Il diritto ad avere delle stanze non aperte al pubblico, soprattutto quando alcune delle opere sono in fase di restauro, non è per niente scontato, come non è scontato che la parola sia il medium migliore per scambiarsi informazioni.
Mi viene voglia di chiedere a chiunque di condividere con me un pezzo del proprio archivio, di fare da curatore per un momento della propria collezione. Fatelo pure qui sotto, oppure mandatemi una mail con oggetto “archivio personale” se preferite un pubblico di una persona sola (info@saralando.com). Vale tutto: frammenti di ricordi, immagini, file audio. Se state pensando di mandarmi foto del pene, è ok anche quello: sono qui.

21/08/2018
Oggi è stato l’ultimo giorno del progetto Migrant Bodies (e sarà l’inizio della mia settimana di full immersion in B-Motion: non ho idea di cosa mi rimarrà attaccato addosso, di cosa riuscirò a capire senza un background di danza contemporanea decente, ma è un po’ come quella volta che Endi e io siamo rimasti svegli 60 ore per vedere cosa succede).
Stamattina sono di nuovo finita nella classe di Nora Chipaumire ed è successo bene o male quello che succede quando si rilegge un libro, si riguarda un film, si torna in un posto: si notano dettagli nuovi, si comincia ad andare in profondità perché non si è più preoccupati di reagire allo shock. Riesco a immaginare come questo suo “camminare dentro” possa modificare le cose in profondità quando diventa una pratica, nella sua semplicità (e se da una parte mi verrebbe da dire che non è la stessa cosa senza la voce Chipaumire che ti guida, anche se il termine più corretto credo sia “ti indica la direzione a calci in culo”, dall’altra se c’è una cosa che ho imparato da lei è che non ho bisogno di lei per farlo).
Il panel conclusivo per me è stato forse il più interessante per il modo in cui sono emersi una serie di conflitti di visione e di direzione, perché dopo 5 giorni in un certo senso si comincia a sentire la frustrazione se ci sembra che la discussione non stia andando nella direzione che ci sembra più urgente, in cui comincia a pesare il continuo doversi spiegare senza passare sopra chi si ha di fronte, senza sentirsi chiamati in causa come portavoce di intere categorie.
Sto continuando a prendere appunti sugli archivi personali e comincio a sentire il prurito familiare di quando mi trovo di fronte al concepimento di un progetto nelle fasi in cui è ancora un blastocele. Vediamo come cresce.

Sara Lando

Read more about Personal Archive:
Leeds Beckett University Team | What am I Co-Responsible For?
Leeds Beckett University Team | Questions on ‘Personal Archive’
Leeds Beckett University Team | Walking in our own territory/Walkin in oor ain territory

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