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Performing Gender | Here are lions: Chipaumire and Godder/ENG

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28 maggio 2019 Commenti disabilitati su Performing Gender | Chipaumire e Godder. Le leonesse della danza/ ITA Views: 161 In depth, News, Read

Performing Gender | Chipaumire e Godder. Le leonesse della danza/ ITA

13 aprile 2019 , Museo Civico di Bassano del Grappa | Parlare del sesso degli angeli non è inutile.  È fondamentale per farci ammettere che da sempre l’insondabile, l’inclassificabile, l’alterità affascinano l’uomo, al punto da avergli fatto pensare a creature semi-divine per definire l’inafferrabile. Nella danza questa fluttuazione di codici, di categorie, di generi e di classificazioni è possibile. Nella danza c’è spazio per quell’anfibolia stupenda e ossimorica che invece nella logica binaria ci hanno educato a non concepire, a non percepire. Nella danza le figure fluttuanti della Gestalt sono visibili, simultaneamente. Chi danza, danza con gli angeli. Qui il report dell’intenso dibattito tra due artiste d’eccezione: Nora Chipaumire e Yasmeen Godder svoltosi in occasione della seconda giornata del simposio internazionale Performing Gender. Dance makes differences.

Click here to read the english version and the transcript of the conversation

 

“I had to run like a fugitive to save the life I live.

I’m gonna be iron like a lion in Zion”

Bob Marley, Iron Lion Zion

 

“Tutto ciò che è profondo ama la maschera”

Nietzsche, La Gaia Scienza

 

Nora Chipaumire. Photo by Sara Lando

Perché mai dovremmo parlare di genere? Perché è importante farlo? Perché è necessario? – “Why on Earth should we talk about gender? Why is that important? Why is that needed?” – incalza Peggy Olislaegers. Le destinatarie di queste controverse e attualissime questioni sono due ospiti d’eccezione: la coreografa afroamericana Nora Chipaumire e la coreografa israeliana Yasmeen Godder. Pur essendo senza dubbio due artiste molto diverse l’una dall’altra, sono stati molti i punti di contatto emersi durante la conversazione.

Perché dunque interrogarsi sul tema del genere? La risposta sta tutta nei corpi, secondo Godder. Nei corpi che danzano differenti ruoli, differenti emozioni. Chipaumire, invece, evoca senza esitare la natura nella sua primitiva, ineluttabile ancestralità. Parla di corpo biologico e di funzioni riproduttive, di acculturazione, di società e sovrastrutture culturali che hanno codificato i ruoli biologici in ruoli di potere, andando dritta al cuore del problema.

A stuzzicare le due interlocutrici con una domanda falsamente retorica è ancora una volta Peggy Olislaegers, che le interroga su quale sia il genere della danza, citando le perplessità della coreografa inglese Amy Bell che, qualche anno fa, si era detta frustrata dal modo in cui le ere stata insegnata la danza, come se si trattasse di un’attività squisitamente femminile, attraverso la quale imparare ad essere aggraziati sul palco e nella vita.

Paradossalmente, è negli stereotipi che entrambe le artiste, Chipaumire e Godder, ravvisano l’opportunità di fare ricerca, di fare arte, di creare uno spazio libero e nuovo. Lo sguardo dell’altro diventa liberante o raggelante, dirimente o cogente. Dello sguardo stereotipato dell’altro su di sè, Chipaumire ha fatto un’occasione di provocazione e di turbamento (come nello spettacolo #100% POP #PUNK *NIGGA), un’affermazione della propria sfaccettata e complessa identità di donna, di afroamericana e di persona. Il punto interrogativo messo da Chipaumire cade sul significato stesso della parola donna. Che cosa significa essere donna, che cosa significa essere donna nera, che cosa significa essere donna nera, afro americana…? – si chiede Chipaumire, scoperchiando un pericoloso vaso di Pandora.

Sul potere dello sguardo dello spettatore, sul potere dell’alterità e sulla sua ineludibile necessità per far emergere ed accadere un incontro anche il lavoro di Godder ha riflettuto e continua a riflettere, usando gli stereotipi sul femminile come occasione di risposta agli stereotipi stessi.

Una questione portata alla luce da entrambe le artiste e sviscerata da Peggy Olislaegers riguarda l’importanza dello spazio fisico della rappresentazione. Culturalmente gli occidentali hanno eletto il teatro a luogo deputato alla rappresentazione. Ma Chipaumire fa notare i limiti insiti in questa abitudine. L’architettura europea, infatti, secondo Chipaumire spesso non è in grado di contenere quell’alterità indefinibile e ineffabile, che si sottrae ad una logica binaria ed escludente. Anche la lingua inglese è povera e inadeguata, secondo Chipaumire ad esprimere e a tradurre quei riferimenti all’immenso mondo spirituale e culturale africano, popolato di simboli e di totem.

“Lie like a lion” by Yasmeen Godder

L’immagine del leone connette in modo profondo e inaspettato i fili della conversazione. Ironicamente, il simbolo araldico della città di Bassano rappresenta due leoni affrontati, ai lati di una torre. Al leone evocato come totem da Chipaumire si affianca il leone mascotte raccontato da Godder e presente in molti dei suoi spettacoli, come ad esempio in Lie like a lion. Il leone, dunque, assurge come potente immagine simbolica, liberante e liberatrice dell’immaginario di chi ascolta e di chi ne parla.

Ancora una volta, emerge in modo molto forte durante la conversazione l’inadeguatezza del linguaggio a tradurre il concetto stesso di genere. Se per Chipaumire la lingua inglese si è impoverita della pluralità esistente nella cultura e nelle lingue africane, per Godder l’intrigante è parlare una madre lingua come l’ebraico che è prepotentemente connotata in termini di genere. In ogni espressione l’ebraico esplicita il maschile o il femminile. Nella lingua inglese invece questa separazione si perde, perché, come è noto, non distingue tra genere maschile e genere femminile. Se per Chipaumire la lingua inglese sembrerebbe sottrarre spazio lessicale alla dirompenza sincronica della pluralità, per Godder invece, la grammatica inglese sembrerebbe allargare la nozione di genere a quel “tertium non datur” normalmente espulso dalla dicotomia tra maschile e femminile che molte altre lingue hanno fatto propria.

Peggy Olislaegers stana brillantemente la conversazione tra le due artiste, costringendole a parlare di sé, di come la propria biografia personale abbia inciso e incida sul loro lavoro. in particolare, le invita a riflettere sul legame tra genere e spostamenti – “gender and displacement”- e sulla qualità di relazione che si crea tra loro, artiste cosmopolite ed eternamente sradicate da tournée in giro per il mondo, e il loro pubblico, radicato e sedentario.

Chipaumire racconta del suo esilio dalla sua terra d’origine, lo Zimbabwe e dell’impatto che su di lei questo ha avuto. Approdare a New York City, città dove tuttora vive e lavora, ha significato per lei sperimentare, paradossalmente, quel “selvaggio” (“the bush or the wild”) che le ha permesso di inverare il suo animale totemico -il leone – e di trovare, così, se stessa.

Godder, invece, parla del suo trasferimento a New York come di un cambiamento di rotta anche umana, che le ha permesso di connettersi emotivamente alla storia della sua famiglia, segnata dalla diaspora.

“Simple action” by Yasmeen Godder

A sorprendere sono ancora una volta gli inaspettati punti di contatto tra le due artiste: la città di New York come città dirimente per la ricerca della propria identità e la presa di coscienza di sé; la dichiarata ricerca di una semplicità gestuale nei loro spettacoli, nel medesimo intento di trasmettere in modo immediato al pubblico, di parlargli, di coinvolgerlo e di creare una relazione, un legame, un incontro. In entrambe le artiste, ad esempio, il gesto del pugno chiuso, è considerato un modo molto efficace per incarnare l’assertività prepotente eppure il desiderio di sovvertire quest’ordine. Un simbolo, quello del pugno chiuso, che anche storicamente ha segnato la vita di queste artiste.

Bene ha colto Peggy Olislaegers questa attitudine all’Altro che accomuna entrambe. Con coraggio Olislaegers continua dritta al cuore del problema, interrogando le artiste sulla risposta che vogliono e sanno dare a quel pubblico che non solo non è in grado ma che, peggio, pregiudizialmente e deliberatamente non vuole riconoscere il loro lavoro. Se Nora Chipaumire ripete come un mantra di non mollare, di non cedere di un passo, di non indietreggiare (“I want to stand the ground”), Yasmeen Godder sembrerebbe più disposta a fare spazio al negativo, ad accettarlo. Tuttavia, in quel perentorio “phiscalizing the text”(fisicizzare le parole d’odio) di Chipaumire, sembra in fondo nascondersi tutta l’immensa capacità di fare spazio all’Altro e al negativo evocata da Godder. Il fare spazio all’Altro di Chipaumire è un atto quasi cannibalico. Chipaumire incorpora il negativo con un abbraccio come quello di Godder nel suo Simple thing, ma più possente. Sotto la maschera di guerriero, Chipaumire sembra proteggere il suo volto divino.

Attraverso il percorso a rebour lungo i sentieri umani ed artistici di queste due artiste, Peggy Olislaegers ci accompagna nuovamente alla questione iniziale, sul sesso della danza. Nella risposta articolata e provocatoria di Nora, che invita ad avvinarsi con cautela e circospezione al variegato e complesso universo femminile, e nella risposta di Yasmeen che usa il termine “queer”, ci ritroviamo d’accordo. Lontani, finalmente, da tutta quell’insensatezza binaria e folle che si accanisce a voler definire il sesso degli angeli.

L’incontro si conclude con l’intervento dal pubblico di Tea Hvala, una delle drammaturghe coinvolte nel progetto Perfoming Gender, che con brillante ironia ci ricorda come questo modo binario di pensare sia tipico del pensiero europeo e occidentale ma non di tutto il mondo. In effetti, aggiungiamo noi, tracce di una terza via, non dicotomica, affiorano anche da un certo pensiero occidentale antico, che aveva saputo contenere grazie al mito quell’interezza meravigliosa e misteriosa raccontata, ad esempio, dal genio di Platone nel mito di Aristofane. Una logica non parmenidea, non aristotelica che gli enigmatici frammenti di Eraclito l’oscuro contribuiscono a tenere viva. A chiosa del suo intervento Tea Hvala ha anche ricordato come nelle antiche mappe europee, antecedenti al periodo coloniale, le terre sconosciute e ancora inesplorate venivano siglate con l’espressione latina: “Hic sunt leones”, “Qui ci sono i leoni”.

Quei leoni che sono potenziale selvaggio  e inesplorato nella danza di Chipaumire (“the bush, the wild”) e che nella danza di Godder sono camouflage del fluttuare multiplo dell’identità.

Anna Trevisan

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