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2 settembre 2020 Commenti disabilitati su Il paradigma della danza | Intervista a Francesca Pennini | ITA/ENG Views: 380 In depth, Interviews, News, Read

Il paradigma della danza | Intervista a Francesca Pennini | ITA/ENG

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Qui la nostra intervista a Francesca Pennini, fondatrice e direttrice artistica di Collettivo Cinetico, a proposito dello spettacolo “Dialogo terzo: In a landscape”, frutto della collaborazione artistica con Alessandro Sciarroni.

Francesca Pennini, il vostro lavoro è stato definito come “interstizio tra danza, teatro e arti visive” e, ancora, come “crocevia tra danza, teatro, arti visive”. Anche al Leone d’Oro per la Danza 2019 Alessandro Sciarroni è stata riconosciuta una brillante vocazione alla contaminazione tra discipline artistiche. Tant’è vero che, nella motivazione del premio, viene definito come “direttore d’orchestra dei danzatori e di tutti coloro che, provenienti da diverse discipline, invita a partecipare ai suoi progetti”.

Quello tra Collettivo Cinetico e Alessandro Sciarroni è stato il matrimonio perfetto?

Alessandro Sciarroni e Collettivo Cinetico. Foto di #fotografipigri/Maria Guarneri.

In un certo senso lo è stato. Siamo stati molto contenti che l’ennesima sfida tra la mescolanza non tra discipline diverse, in questo caso, ma tra segni diversi, tra linguaggi diversi, fosse con un altro autore. Altre volte abbiamo incontrato il lavoro dei giochi da tavolo, il circo, il mondo dell’adolescenza… In questo caso, invece, l’idea è stata che fosse un altro autore ad entrare a tutti gli effetti nel nostro corpo. Ci siamo voluti mettere a servizio come segno, come materia che non è però neutra, perché, pur senza voler interferire con la firma della creazione, era ed è già portatrice di una propria identità.

Dialogo terzo: In a Landscape è il terzo spettacolo di una trilogia: Dialogo Primo: Impatiens Noli Tangere, firmato da Sharon Fridman, e Dialogo secondo: Pentesilea Ultras, firmato da Enzo Cosimi. Come mai avete pensato proprio ad Alessandro Sciarroni? Dove siete atterrati con lui? In quale “paesaggio” siete allunati?

Un paesaggio molto diverso dai precedenti, com’era anche nei nostri desideri. Volevamo creare una grande differenziazione, non solo per caratteristiche estetiche, di poetica e di contenuto, ma anche per lo “stato” che Alessandro offre e chiede a noi performer in scena. È un pianeta con regole proprie, quello di Alessandro, un “landscape” con norme non rigide ma filosoficamente molto chiare, che richiedono di essere abbracciate con grande rigore interiore. Ogni volta, per noi, più che un’esecuzione dello spettacolo è un’esperienza.

Nel processo creativo come siete entrati, come vi siete calibrati. Che cosa è successo?

“Dialogo Terzo: In a landscape”. Foto di #fotografipigri/Giovanni Alfieri

Alessandro è un grande osservatore. Lavora in modo molto diverso dal mio e per me è stato motivo di grande fascinazione. Ed è una delle ragioni per cui ci tenevo tanto ad invitarlo a collaborare con noi. Il processo creativo è stato molto rapido, direi, con grande sorpresa di tutti. Si è basato più sull’osservazione dei fenomeni che sulla loro costruzione a tavolino. Invece io spesso creo prima virtualmente. Ci ha osservati molto e ci ha osservato lavorare con l’hula hoop, che era la sua idea iniziale. Alla mia proposta di collaborare insieme, infatti, lui ha risposto con la controproposta di lavorare con quest’oggetto. Per me è stato molto bello vedere che aveva importanza il fatto che per noi non fosse un oggetto conosciuto, che non avessimo nessuna esperienza particolare nell’uso di quest’oggetto. L’essere tutti in questo paesaggio sconosciuto, in cui nessuno poteva farsi proprietario di quest’oggetto, secondo me ha reso il processo creativo molto fertile e aperto. Alessandro ci restituiva costantemente la sua visione. Il suo sguardo era altrettanto aperto e permeabile. È stato un processo progressivo, senza virate nette o rivoluzioni. C’è stata una costruzione lineare, con un “carotaggio” di volta in volta sempre più profondo.

Da spettatrice ho avuto l’impressione che foste esattamente i corpi (e non solo) che Alessandro stava aspettando. Guardandovi, l’effetto per me è stato quello di percepire corpi fisici reali eppure provenienti da una distanza quasi siderale. Alessandro a proposito dello spettacolo ha usato parole come: “sparizione”, “serena determinazione”, “estinzione volontaria del soggetto”. Sei d’accordo?

Sì, mi piace molto quello che ha scritto…

Come ha pesato l’effetto Covid operativamente sulla vostra collaborazione? Siete riusciti a lavorare in presenza?

Abbiamo lavorato in presenza. Ci eravamo già incontrati prima del lockdown. C’era già stata una sessione di lavoro, nella quale si era piantato il seme, era nata un’immagine della direzione verso cui potevamo andare. Poi, in effetti, sono state cancellate una serie di residenze ma siamo comunque riusciti a recuperare i giorni di lavoro, facendo un po’ di acrobazie. Abbiamo sempre lavorato dal vivo. Inizialmente con le mascherine e distanziati, con tutte le difficoltà del caso. Queste circostanze penso ci abbiano influenzato, in qualche modo. Hanno influenzato non tanto nella drammaturgia del lavoro, che era indipendente e non è stata plasmata su questo periodo, quanto piuttosto le nostre “strategie energetiche”. Sentivamo tutti il bisogno costante di incontrarci fisicamente e realmente. Abbiamo lavorato in residenza tre settimane alla Centrale di Fies, che è anche coproduttore del progetto, e al Teatro Comunale di Ferrara, la mia città.

A proposito di spazio digitale, come lo vedi il futuro della danza?

Non vedo lo spazio digitale come una soluzione o come una trasformazione della danza nel futuro. È un altro ambito di lavoro, nuovo e possibile, che però per me ha un’altra natura. Ha un altro statuto ontologico, perché cambia il paradigma della fruizione, cambia il paradigma della presenza, cambiano le fondamenta stesse della danza. Secondo me non si può parlare della “nuova danza” o del “futuro della danza”, si parla di un’altra cosa.

La danza è qualcosa di ben più ampio nel tempo e nello spazio rispetto al sistema della danza che conosciamo noi. La danza c’è sempre stata, nelle società tribali come nel mondo animale. La danza “vincerà”, in qualche modo, e continuerà ad esistere sempre una danza per i corpi. Allo stesso tempo, però, è una riflessione interessante quella che può nascere nel momento in cui si comincia a sottrarre qualcosa. Può diventare l’occasione per interrogarsi su che cosa significa “essere in presenza”, “guardare un altro corpo”, guardare un video”. Mi piacerebbe che questo fosse un modo per problematizzare e rilanciare in modo critico la questione, piuttosto che scendere ad un compromesso.

Francesca Pennini in “Dialogo terzo: In a landscape”. Foto di #fotografipigri/Roberta Plaisant

Durante le prove, avete avuto degli spettatori inconsueti: i bambini di Mini BMotion Danza. Spesso purtroppo la danza, e la danza contemporanea in particolare, è percepita dal grande pubblico come un’arte minore, di nicchia. Credi che lo sguardo dei bambini possa servire in qualche modo a trasmettere la danza anche a chi non è avvezzo? Detta diversamente: per spiegare lo spettacolo, che cosa diresti ai bambini e a tutti quelli che non conoscono la danza contemporanea?

È stato bellissimo provare lo spettacolo davanti ai bambini. Tant’è vero che Alessandro, prima di andare in scena con la replica, ci ha detto: “Immaginate che il pubblico sia un pubblico di bambini”. È stato altrettanto evidente che non c’era bisogno di spiegare lo spettacolo ai bambini, perché hanno “toccato” e capito tutto quello che c’era da capire, e ce lo hanno restituito in parole. Penso che Alessandro non ami molto sintetizzare la lettura dei suoi spettacoli. E anch’io, che sono dentro al lavoro, so che quello che significa lo spettacolo per me è soltanto una delle versioni possibili. Mi piace rispondere con la risposta che hanno dato i bambini: “è un lavoro sulle relazioni umane” e al tempo stesso è anche “un lavoro sui pianeti dell’Universo”. Mi piace questo sguardo, allo stesso tempo cosmico e amplissimo eppure attento al dettaglio più piccolo, come il sorriso tra due persone o il tocco di una mano su quella di un altro.

Anna Trevisan

 

ENGLISH VERSION

Here is our interview withFrancesca Pennini, founder and artistic director of Collettivo Cinetico, about “Dialogo Terzo: In a landscape”, created in collaboration with Alessandro Sciarroni.

Francesca Pennini,  your work has been defined as “the gap between dance, theatre and visual arts” as well as being “at the crossroads between dance, theatre, visual arts”. Also, at Venice Biennale Golden Lion for Danza 2019, Alessandro Sciarroni had been lauded for his masterly contamination between artistic disciplines. So much so that, in the endorsement for the award, he is stipulated as “the conductor of the dancers and all of those whom, trained in different disciplines, he invites to participate in his projects”.

So was the marriage between Collettivo Cinetico and Alessandro Sciarroni the perfect match?

Alessandro Sciarroni e Collettivo Cinetico. Foto di #fotografipigri/Maria Guarneri.

In a way it was. We were delighted that the umpteenth challenge of integration, not between different disciplines in this case but between different signs and between different languages, was left to another author.

On previous occasions we had confronted the work of board games, the circus, the world of adolescence… In this case, however, the idea was that another author was actually entering our body. We wanted to serve as a sign, as non-neutral material because, even without wanting to interfere with the signature of creation, it was and already is the bearer of one’s own identity.

Dialogo Terzo: In A Landscape is the last show in a trilogy: Dialogo Primo: Impatiens Noli-Tangere, by Sharon Fridman, and Dialogo Secondo: Pentesilea Ultras, by Enzo Cosimi. Why did you think of Alessandro Sciarroni? Where did you land with him? In which “landscape” have you beamed down on?

A terrain very different from previous ones, as was our wish. We wanted to create a striking contrast, not only to attain aesthetic, poetic and content distinction, but also for the “state” that Alessandro offers and asks of us as performers on stage. Alessandro’s is a world with its own rules, a “landscape” with prescriptions that are not rigid but philosophically very clear, which necessitate being embraced with assiduous internal diligence. For us each time is an experience rather than a performance.

How did you enter the creative process, how did you calibrate yourself. What transpired?

“Dialogo Terzo: In a landscape”. Foto di #fotografipigri/Giovanni Alfieri

Alessandro is a meticulous observer. He works very differently from me, I found his approach utterly intriguing. That’s one of the reasons why I was so keen to invite him to work along with us. The creative process was very quick, I would say, much to everyone’s surprise. It was based more on the observation of phenomena than on working things out on the drawing board. In contrast I usually start off creating prospectively. He watched us for quite a time and studied us playing with the hula hoop, which was his initial idea. In fact, when I originally asked him to collaborate, he replied with his own counter-suggestion to work around this particular item. It wasn’t an artefact that we were familiar with, and for me that mattered, it was good that we had no particular experience in handling this object. All being in this unknown landscape, in which no one could become the owner of this thing, in my opinion, allowed the creative process to be particularly open and fertile. Alessandro constantly gave us feedback. His vision was equally receptive and permeable. It was a cumulative process, with no abrupt reversals or revolutions. There was a linear framework, with a deeper ‘core sampling’ from time to time.

As a spectator, I had the impression that you were exactly the bodies (and that’s not all) that Alessandro had been waiting for. When looking at you all, the effect for me was to perceive real physical bodies yet hailing from outer space. Alessandro used the words “disappearance”, “serene determination” and “voluntary extinction of the subject” when describing the piece. Do you agree?

Yes, I really like what he wrote…

How do you think Covid effected your collaboration operationally? Were you able to work face to face?

We worked together in person. We met before the lockdown. There had already been a work session in which the seed had been sown, a vision was germinating which channeled us along our tenable course. Then, to be sure, a series of work-in-residences were canceled but we still managed to make up for the days lost, doing a bit of acrobatics. We have always worked in each other’s presence. Initially with masks and well-spaced, with all the inherent drawbacks. I fancy that these circumstances have influenced us in some way. They didn’t so much effect the dramaturgy of the work in question, which was independent and wasn’t shaped during this period, but rather it impacted upon our “energy strategies”. We all constantly felt the need to meet physically, in the flesh. We worked in residence for three weeks at the Centrale Fies, which is also co-producer of the project, and at the Teatro Comunale in Ferrara, my home town.

Speaking of digital space, how do you see the future of dance?

I don’t see it as a solution or as a transformation of dance in the future. It is another field of work, the digital, new and full of potential, but which for me is of a quite different nature. It has another ontological status, because the paradigm of fruition changes, the paradigm of presence changes, the very foundations of dance change. In my opinion we cannot take “new dance” or “the future of dance” into consideration for we are then talking about something else entirely.

Dance is much broader in time and space than the dance system we know. Dance has always been there, in tribal societies as well as in the animal kingdom. Dance will “win through” in some way, and there’ll always be a form of dance for bodies. However, it is interesting to note what can arise when something begins to be taken away. It can become an opportunity to question what it means to “be in the presence”, “look at another body”, “watch a video”. I hope these circumstances could be used to problematize and re-launch the issue critically, rather than sink into a compromise.

During the rehearsals, you had a few incongruous spectators: the children from Mini BMotion Danza. Unfortunately, dance, especially contemporary dance, is often perceived by the general public as a minor, niche art form. Do you think that a child’s gaze could somehow help to kindle interest in dance for those who wouldn’t normally come? Put another way: how would you go about explaining the show to kids and those unacquainted with contemporary dance?

Francesca Pennini in “Dialogo terzo: In a landscape”. Foto di #fotografipigri/Roberta Plaisant

It was wonderful to work in front of the children. So much so that Alessandro, before going on stage with the rerun, told us: “Imagine that the audience is entirely kids”.

It was equally apparent that there was no need to explain the show to the children, because they “touched” and grasped everything there was to understand, and they conveyed it back to us in words. I don’t think Alessandro is very keen on summarising his shows. And I too, being inside the work, know what the performance means to me, yet it is only one take of many possible interpretations.

Well I’d like to reply with the same answer that the kids furnished: “it is a work about human relations” and at the same time it’s also “a work about planets in the Universe”. I like this take, contemporaneously cosmic and all-encompassing, yet attentive to the smallest detail too, such as a smile between two people or the contact of one hand with another.

Anna Trevisan

English translation by Jim Sunderland

Photos by #fotografipigri: Roberta Plaisant, Giovanni Alfieri, Maria Guarneri.

 

Operaestate | BMotion Danza 2020
20 agosto ore 18,00, Palestra Vittorelli, Bassano del Grappa
Dialogo Terzo: In a landscape
Coreografia e regia: Alessandro Sciarroni
Coreografia e performance: Simone Arganini, Margherita Elliot, Carmine Parise, Angelo Pedroni, Francesca Pennini, Stefano Sardi.
Coproduzione: CollettivO CineticO, Aperto Festival – Fondazione i Teatri di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara, Operaestate Festival Veneto/CSC, Marche Teatro, Centrale Fies – art work space.
Costumi: Ettore Lombardi.
Musica: John Cage.
Con il sostegno di: Mibact, Regione Emilia Romagna.
Con il sostegno di Fondazione Unipolis.
Durata: 35’

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