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19 luglio 2019 Commenti disabilitati su Like trees in a forest | Guilherme Botelho presents “Antes” ENG/ITA Views: 315 Audience Club, Interviews, News, Read, Reviews

Like trees in a forest | Guilherme Botelho presents “Antes” ENG/ITA

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

[Il testo italiano segue quello inglese]

15 July, 2019, Ezzelini Castle, Bassano | Science fiction choreography” is how Guilherme Botelho likes to define the performance Antes, the first part of a trilogy entitled Distancia — distance. At the very core of this work is a question about Man’s nature, albeit formulated in an eccentric way. Because if Man, from Aristotle onwards, has been considered a “social animal”, Botelho muses over how it could exist, move, dance without either its animal nature or social nature.

Imagining Man unplugged from his animality and his sociality really sounds quite inconceivable, impenetrable even. This is why Antes, in this attempt to envisage a human that corresponds with the plant kingdom, has a distinctly Sci-Fi feel. Even trees have a social aspect (discovered recently by professor Stefano Mancuso of the Università di Firenze), but they are far more rarefied and subtle and, above all, devoid of sexuality and aggression.

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

Analogous to Escher’s unattainable architecture, the bodies of dancers become an entwined landscape made up of legs, chests, backs that form trunks, branches and tree-bark. The dancers are completely naked, from start to finish of the show. In Botelho’s address to the Bassano Audience Club in the Ezzelini Castle’s roof-garden, he describes them as “like trees in a forest”, shaping and animating an immense woodland, each tree living as part of a whole yet without ever touching.

This piece is not a narrative […] but there is an invitation to something very primitive within us, archetypical, archaic […] and about how we might feel about that” – he added, and as he speaks his words resound calmly in the air, resting by a grand persimmon tree, and then whisking off towards the summer-green foothills in the distance. Botelho explains with lucidity how the equidistance between the dancers in the scene is the choreographic pivot of the show. Because, if the dancers are truly tree-like they must always maintain their distance, never brush up against each other, no contact.

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

“The piece is constructed like a landscape. The bodies are naked, they are treated as material” – continues Botelho. “You will construct your piece”- he avows. Indeed in Antes there is a continuous internal movement to the choreography, forcing the spectator’s gaze to alternately perceive the single individuals, then the group. And it is in this oscillation of looking that the individual narrative is realised, the story of each individual spectator who decides who wants to focus and who doesn’t want to watch.

The piece is raw but the naked bodies are not sexualised”.

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

In fact, the botanical side of the human emerges precisely because the dancers are completely naked, through a choreography that is never vulgar, nor titillating us with a wink and surreptitious nudge, but always formally measured and controlled in the extreme. Clothes, which express our sociability par excellence, only make an appearance at the very end, when the dancers, exhausted, return to the stage to take their well deserved applause.

Anna Trevisan

Translation by Jim Sunderland

 

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

 

VERSIONE ORIGINALE IN ITALIANO | “A science fiction choreography”. Così Guilherme Botelho ama definire lo spettacolo Antes, prima parte di una trilogia, intitolata Distancia, distanza. Alla radice di questo spettacolo c’è una domanda sull’Uomo, formulata in modo eccentrico. Perché se l’uomo, da Aristotele in poi, è considerato un “animale sociale”, Botelho si chiede come potrebbe esistere, muoversi, danzare senza la sua animalità, senza la sua socialità.

Ma immaginare l’Uomo sganciato dalla sua animalità e dalla sua socialità suona davvero come qualcosa di inconcepibile, impercorribile. Ecco perché Antes, in questo provare a mettere in scena un umano che coincide con il mondo vegetale, ha in effetti qualcosa di fantascientifico. Certo, anche gli alberi, come si è scoperto di recente -e come brillantemente racconta nei suoi libri il prof. Stefano Mancuso dell’Università di Firenze- hanno una socialità, ma molto più rarefatta e sottile e, soprattutto, priva di sessualità e di aggressività.

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

Come nelle architetture impossibili di Escher, i corpi dei danzatori diventano un paesaggio fatto di schiene, busti, gambe che sono tronchi, cortecce, rami. Completamente nudi, dall’inizio alla fine dello spettacolo, i danzatori costruiscono e animano immense foreste di alberi, che vivono insieme senza mai toccarsi. “Like trees in a forest”, come alberi in una foresta –dice Botelho in jeans e maglietta bianca rivolgendosi al pubblico dell’Audience Club di Bassano, durante l’incontro, che ha luogo nel giardino pensile lungo le mura del Castello.

Non è uno spettacolo narrativo, è piuttosto un invito ad esplorare quanto in noi c’è di primitivo, arcaico, archetipico e a come viviamo questo lato di noi”  – aggiunge, e mentre lo dice, le sue parole risuonano calme nell’aria, sostando vicino ad un grande albero di cachi, e poi prendendo il volo verso il verde estivo dei colli in lontananza.

Botelho spiega con semplicità come l’equidistanza tra i danzatori sulla scena è il perno coreografico dello spettacolo. Perché, se i danzatori sono come alberi, gli alberi sono sempre distanti uno dall’altro e non si toccano mai. “Lo spettacolo è costruito come un paesaggio, dove i corpi sono nudi ma trattati come materiale per creare qualcosa d’altro” – prosegue Botelho.

“Antes” by CIE Alias. Photo by Riccardo Panozzo

Ognuno decide come costruire il proprio spettacolo”- dice. C’è infatti un movimento interno e continuo nella coreografia di Antes, che spinge lo sguardo degli spettatori a percepire alternativamente i singoli individui e il gruppo. Ed è in questa oscillazione di sguardo che si realizza la storia individuale, la storia di ogni singolo spettatore che decide chi vuole guardare e chi non vuole guardare.

“È uno spettacolo crudo ma la nudità non è mai sessualizzata” . In effetti, il lato vegetale dell’umano, affiora proprio dalla nudità integrale dei danzatori, attraverso una coreografia che non è mai ammiccante, mai volgare, mai carnale ma sempre formalmente misurata e controllata fino allo stremo. I vestiti, che esprimono per antonomasia la nostra socialità, compariranno solo alla fine di tutto, quando i danzatori, stremati, ritorneranno sul palco per prendersi i meritati applausi.

Anna Trevisan

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