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Aterballetto: Alpha Grace e “O” in scena a Bassano....

14 luglio 2021 Commenti disabilitati su Another Story: la ripartenza nel segno dell’abbraccio. Intervista a Diego Tortelli Views: 325 In depth, Interviews, News, Posts, Read

Another Story: la ripartenza nel segno dell’abbraccio. Intervista a Diego Tortelli

Sarà la Fondazione Nazionale della Danza Aterballetto ad aprire la 41^ edizione di Operaestate Festival con STORIE, un’antologia di quattro coreografie firmate da Diego Tortelli e Philippe Kratz.
Li abbiamo incontrati entrambi, raccogliendo le loro suggestioni sugli spettacoli che vedremo in scena.
In questa prima conversazione, Diego Tortelli ci parla di un gesto tanto temuto quanto desiderato come l’abbraccio, l’idea base su cui ha costruito Another Story, di come la musica di Nick Cave abbia influenzato la nascita di Preludio, e come quella degli Spiritualized rispecchi il suo modo di essere allo stesso tempo ribelle e razionale, ma anche di come la pandemia abbia ricucito il rapporto tra il coreografo e il pubblico, riportando quest’ultimo al centro dell’interesse della scena contemporanea.

We need four hugs a day for survival. We need eight hugs a day for maintenance. And we neeed twelve hugs a day for growth.
Virginia Satir

Diego Tortelli – foto Aterballetto

Quali sono i gesti che ti sono mancati di più durante quest’ultimo anno in cui il contatto con l’altro è venuto meno?
Mi è mancato sicuramente il gesto di creazione. Il gesto creativo di condivisione che ho con la compagnia, poter manipolare i corpi dei danzatori, poterli avere davanti, poterli toccare per creare insieme a loro, per fargli capire le diverse qualità di movimento. Tutto questo mi è mancato tantissimo, soprattuto qui ad Aterballetto dove sono coreografo residente da quattro anni, e c’è un rapporto molto stretto con i danzatori. Ritrovarmi in casa, isolato, lontano da loro è stato molto forte per me, perché sono abituato a condividere con loro buona parte delle giornate.

Sull’abbraccio, uno dei gesti di cui ci ha più privato la pandemia, hai costruito Another Story. Che cosa hai voluto indagare attraverso l’abbraccio e le sue declinazioni?
Sono sempre stato molto affascinato – anche quando studiavo alla Scala – dalla pantomima, da come un gesto potesse venire trasposto, e declinarsi in molti significati. Questo periodo ci ha portato a riconsiderare questo gesto così fondamentale per l’essere umano. Un gesto che si era trasformato quasi in un “atto terroristico”, in qualcosa che tutti evitavamo, e che continuiamo ancora ad evitare. Mi ha affascinato la mancanza di questo abbraccio, dell’abbraccio con i miei danzatori, dell’abbraccio con le persone che si amano. Ho pensato fosse interessante analizzare questa declinazione, in cui l’abbraccio diventa un gesto di cui si sente la mancanza ma che allo stesso tempo consideriamo quasi un “atto terroristico”, qualcosa di nascosto ma anche qualcosa di estremamente desiderato. In Another Story ritroviamo questa distanza, e questo avvicinamento; vediamo dei duetti molto intricati tra di loro nel modo di utilizzare le braccia, come se fossero degli abbracci scomodi che poi si trasformano in abbracci comodi.

Qual è stato il processo creativo di questo lavoro?
Abbiamo iniziato a lavorare su questa coreografia esattamente alla fine del primo lockdown. Noi di Aterballetto siamo stati molto fortunati, perché siamo stati in grado di tornare subito in sala prove a lavorare. Prima che arrivasse il Covid eravamo tutti in un momento iper-produttivo, che è sempre fantastico ma che ti toglie anche determinati momenti di riflessione. Il lockdown improvviso mi ha permesso di riflettere e tornare a qualcosa di più semplice: un semplice gesto che può creare un lavoro, può toccare il pubblico, e può essere riconoscibile. Il processo creativo è stato un po’ come ritornare a un raggio di sole, come una finestra che si apre di nuovo nella sua semplicità. È stato tornare ad apprezzare cose che si danno spesso per scontate come la condivisione, come un abbraccio. È stato un bellissimo processo creativo di condivisione con i due danzatori per cui è stato creato.

FNDAterballetto – Another story – ph. Celeste Lombardi

In Another Story utilizzi la musica degli Spiritualized. Che rapporto hai con la musica e che ruolo ha la musica nei tuoi lavori?
Il ruolo della musica all’interno del mio lavoro è sempre molto diverso, non penso che bisogna fissarsi con un genere specifico, ma che è il concetto o l’idea del lavoro che debba portare alla scelta musicale. Non sono un coreografo che di solito parte da un brano di cui si innamora per costruire un’idea. Il mio punto di partenza sono sempre i danzatori e quello che posso condividere con loro, da lì di conseguenza nasce un concept, e da lì di conseguenza cerco la musica. Il lockdown mi ha permesso però di tornare a fare delle cose nella mia vita che non fossero sempre strettamente legate al lavoro. Mi sono reso conto che negli ultimi anni vedevo la moda sempre legata ad un possibile costume per un prossimo lavoro, ascoltavo musica che fosse legata ad una possibile ricerca per un lavoro, leggevo libri che fossero legati ad una prossima creazione. Invece durante il lockdown – penso fosse qualcosa che non facevo da quando avevo 15 anni – sono tornato a chiedere a me stesso, ma a me Diego cosa piace? Che musica mi piace ascoltare? Che libri mi piace leggere? È stato un ritorno, come dicevo prima, alla semplicità, e anche alla semplicità di me stesso.

È così ti sei innamorato della musica degli Spiritualized…
Ascoltando come fanno tutti su Spotify delle playlist che vanno da sole, dai The Velvet Undergroung, che è una band che mi piace tantissimo, sono passato agli Spiritualized, una band inglese nata negli anni 90 che mi ha affascinato tantissimo soprattutto perché uniscono un mondo indie-rock, che ha una certa aggressività, con la Symphony inglese. I brani che sono all’interno di Another Story hanno questa contraddizione che mi affascina molto e che cerco di inserire sempre nel mio lavoro. La contraddizione tra due mondi che in realtà per quanto possano sembrare separati, quando si uniscono, sono in grado di creare nuove sfumature musicali e di conseguenza, per me, nuove sfumature di movimento nel modo di comporre. Questa band mi ha affascinato a tal punto che ho utilizzato la loro musica anche per un altro progetto, e la utilizzerò anche per la prossima creazione che farò per Aterballetto, che debutterà il prossimo anno in aprile. Diciamo che ho trovato il mio suono, che racconta anche il mio modo di essere. Sono sempre stato una persona ribelle, e forse questo è il mio lato indie-rock, però in realtà vengo anche da una formazione strettamente accademica, e strettamente razionale o melodica o poetica che può essere collegato al suono sinfonico dell’orchestra, al suono dei violini, a qualcosa di molto più armonioso, e quindi in qualche modo mi rispecchio nella loro musica, nell’unione di questi due aspetti irrazionali e razionali.

A Bassano, nella stessa serata, sarà presente anche un’altra tua coreografia, “una lettera d’amore al corpo per cinque danzatori”, costruita su uno stile musicale inconfondibile.
L’altro lavoro che presento è Preludio, costruito sulle musiche di Nick Cave. In realtà è il pezzo che apre la serata, ed è stato creato come se fosse una preghiera profana dedicata al corpo. Questo lavoro è stato creato subito dopo il secondo lockdown, quando ho iniziato a chiedermi in che cosa io credessi. Trovarti da solo, e pensare che le cose possono anche finire, che c’è una strage attorno a te, che ne fai parte per quanto tu possa essere protetto; sentire storie di persone che perdono qualcuno, sentirle vicino alla tua famiglia, tutto questo mi ha portato a chiedermi in che cosa io credessi. Nick Cave ha la capacità di utilizzare parole come se fossero bibliche, nonostante lui non sia una persona cattolica o cristiana, crede semplicemente in qualcosa di molto reale come il corpo, e nei sentimenti come l’amore, la condivisione, e l’odio come stremo opposto. Riesce a trasformare i suoi brani a tal punto dal farli sembrare, per me, delle preghiere profane, come quel brano dove semplicemente parla utilizzando il latino, Mah Sanctum, quasi fosse un elenco dei suoi credo. È da qui che è nata la coreografia di Preludio, una preghiere profana dedicata al corpo.

FNDAterballetto – Preludio – ph. Celeste Lombardi

Che cos’è per te la coreografia?
Per me la coreografia è l’utilizzo del corpo in relazione all’interprete. La capacità di comprendere l’interprete che hai davanti e riuscire a condividere un momento con lui. Coreografia per me è la conoscenza dei limiti e delle possibilità del corpo, dello spazio, della luce, del costume, di tutti gli elementi che possono comporre lo spettacolo. È un gioco di contraddizione tra limite e potenzialità, soprattutto se penso alla coreografia contemporanea. È accettare il fatto che c’è qualcosa di molto bello nel limite e di molto potente nell’espansione o nella possibilità massima.

E come coreografo che cosa ti attrae in particolare nell’utilizzo del corpo?
Il mio lavoro è molto legato alle capacità delle articolazioni del corpo nei suoi estremi. Fin dal primo momento in cui mi sono avvicinato alla danza, anche come danzatore, sono sempre stato ossessionato dalla struttura scheletrica del corpo, mi piace immaginare che lo scheletro sia ricoperto da un tessuto di seta, che permette un movimento più morbido, mentre le fasce muscolari sono un tessuto come il jeans, elastico ma rigido. È come se fosse un labirinto infinito, mi piace immaginare che all’interno di questo labirinto l’unica cosa che troviamo è uno specchio, dove potersi specchiare. Quindi non è solo una struttura geometrica ma anche una visione dell’anima, un riconoscere te stesso, un costante gioco tra limite e potenziale.

Ci sono delle chiavi di lettura, delle suggestioni o semplici parole che possiamo suggerire al pubblico per avvicinarsi ai tuoi lavori?
Il mio lavoro è sempre legato al corpo, ma mi piace lasciare una chiave di lettura aperta. Può affascinare, immagino, da un punto di vista visivo un tipo di pubblico che ha voglia di vedere estrema bellezza. Sicuramente io sono affascinato dalla bellezza e dall’armonia, il mio percorso mi obbliga a farlo, anche il mio essere italiano – abbiamo la fortuna di essere circondati da tanta bellezza. Nei miei lavori c’è comunque sempre uno spazio per l’emotività, e per chi vuole provarla. Non c’è una chiave di lettura chiusa, e credo che questa sia anche la forza della danza contemporanea: la possibilità di essere aperti e di potersi rispecchiare nel lavoro.

Cosa ti ha tolto e cosa ti ha dato la pandemia?
Sicuramente mi ha tolto, come a tutti, la capacità di poter mantenere una connessione tattile con le persone amate, ma mi ha anche dato un periodo di riflessione. Penso che per il mondo della danza fosse necessario rimettersi in gioco. Questo periodo ci ha obbligato tutti a tornare a pensare al pubblico, perché la grande domanda era come reagirà il pubblico ora che torniamo? Qualcosa è cambiato, il mondo sarà cambiato man mano che ritorneremo sul palco, ed è il compito dell’arte contemporanea poterlo raccontare senza essere retorico, riuscendo a creare un nuovo messaggio, una nuova connessione con il pubblico. Questo periodo mi ha dato anche la possibilità di pensare a quello che è successo nella scena contemporanea negli ultimi anni, al fatto che a poco a poco il coreografo ha deciso di allontanarsi dal pubblico, quasi rinnegandolo, mettendolo costantemente in situazioni scomode o in situazioni troppo intellettuali. Secondo me questa situazione ci ha portato tutti a riflettere e a capire che in realtà una buona parte del nostro lavoro è presentare qualcosa che possa toccare chi lo sta osservando, che il nostro lavoro è per un pubblico, e il fatto che lo sia non lo rende per forza un prodotto commerciale – parola che tutti temiamo – ma è semplicemente un dato di fatto. Non stiamo facendo un work in progress o uno studio, nel momento in cui le luci si accendono e il sipario si alza, abbiamo qualcuno lì davanti che sta osservando il nostro lavoro, ed è fondamentale ricordarselo. Penso che questa situazione così drammatica ha fatto sì che il pubblico ci mancasse talmente tanto da ritornare ad esser il fuoco principale della scena contemporanea.

di Rita Borga

leggi anche l’intervista a Philippe Kratz

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