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28 agosto 2018 Commenti disabilitati su EDN Atelier | From Audience to Dancers. Interview with David Leventhal Views: 211 Dance Well, EDN European Dancehouse Network, Interviews, News, Watch

EDN Atelier | From Audience to Dancers. Interview with David Leventhal

IL TESTO IN ITALIANO E LA TRASCRIZIONE ITALIANA DELL’INTERVISTA SEGUONO SOTTO

26 August, 2018 | Operaestate Festival, B.Motion Danza | Video-interview with David Leventhal, one of the panelist of the EDN (European Dancehouse Network) Atelier on “Enhancing citizens’ engagement in contemporary dance”. David Leventhal was a member of the Mark Morris Dance Group from 1997-2010. During that time, he appeared in more than 40 of Mark Morris’ dances. He received a 2010 Bessie (New York Dance and Performance Award) for his performance career with MMDG. Raised in Newton (Massachusetts), he trained at Boston Ballet School and attended Brown University where he received a B.A. in English Literature. He has taught technique and repertory classes for students of all ages at schools and universities in the U.S. and abroad. David is Program Director and one of the founding teachers of MMDG’s Dance for PD® program, which offers weekly classes for people with Parkinson’s throughout New York City, fosters similar classes in more than 100 communities in 17 countries around the world, and presents acclaimed training workshops for teachers interested in leading Dance for PD® classes. He received the 2016 World Parkinson Congress Award for Distinguished Contribution to the Parkinson community and the 2013 Alan Bonander Humanitarian Award. He’s co-produced three volumes of a successful At Home DVD series for the program and has been instrumental in initiating and designing innovative projects involving live streaming and Moving Through Glass, a dance-based Google Glass App for people with Parkinson’s. He is in demand as a speaker at international conferences and symposiums. Leventhal designed and currently teaches a pioneering dance-based elective course that is part of the Narrative Medicine curriculum at Columbia University’s College of Physicians and Surgeons.

TESTO ITALIANO | 26 Agosto 2018, Operaestate Festival, B.Motion Danza. Video intervista con David Leventhal, uno dei partecipanti all’atelier di EDN (European Dancehouse Network) intitolato: “Enhancing citizens’ engagement in contemporary dance”. David Leventhal è stato un danzatore della Mark Morris Dance Group dal 1997 al 2011, per il quale ha danzato in numerosi e importanti ruoli in più di 40 spettacoli. Nel 2010 ha ricevuto il Bessie Award (New York Dance and Performance Award). Cresciuto a Newton, si è formato presso la Boston Ballet School e ha conseguito la laurea in Letteratura Inglese presso la Brown University. Tiene corsi di tecnica e repertorio classico a persone di tutte le età, nelle scuole e nelle università, in America e all’estero. È uno dei fondatori e attuale direttore del programma Dance for PD®, che settimanalmente offre classi di danza per parkinsoniani a New York. Tiene classi di danza per persone con Parkinson e corsi per insegnanti sull’approccio al programma Dance for PD® in tutto il mondo. Ad oggi sono più di 100 le comunità nelle quali ha finora promosso il programma, in ben 17 Paesi, anche grazie a seminari tenuti per formare nuovi insegnanti. Nel 2016 ha ricevuto il premio da parte del World Parkinson Congress per il suo contributo alla Parkinson Community. Nel 2013 ha ricevuto l’Alan Bonander Humanitarian Award. Oltre alla creazione di un corso in DVD, ha preso parte a progetti innovativi come Moving Through Glass, una App di Google Glass, basata sulla pratica di danza per persone con Parkinson. È apprezzato e richiesto conferenziere di simposi internazionali. È docente e ideatore di un corso pionieristico basato sulla danza per il curriculum di Narrative Medicine presso il Columbia University College of Physicians and Surgeons.

 

TRASCRIZIONE IN LINGUA ITALIANA DELL’INTERVISTA

Potresti presentarti brevemente?

Sono David Leventhal, direttore e fondatore del programma “Dance for PD” del Mark Morris Dance Group di Brooklyn, New York.

Come riuscite a creare dei ponti tra il pubblico, gli spettatori e gli artisti?

Credo che la chiave sia di creare degli spazi dove possa avvenire un dialogo e uno scambio tra persone che lavorano già come artisti e i membri della comunità in generale, che magari non sono mai stati invitati a far parte di una conversazione artistica ma che desiderano farlo. Per i malati di Parkinson, credo che questo desiderio derivi da una voglia di esplorare il movimento in modo diverso, di esplorare il problem-solving creativo attorno al movimento, e di ritagliarsi una propria identità che non abbia a che fare con la malattia, ma che, invece, riguardi interamente la persona, restando se stessi, sentendosi sicuri di sé, con la sensazione di avere qualcosa da offrire. In quello spazio abbiamo deciso di mettere assieme danzatori professionisti, persone che hanno danzato per tutta la vita, e persone con il Parkinson, che non erano in contatto con il mondo della danza, per scoprire che informazioni si potevano scambiare. Credo che la chiave di questo sia che, fin da principio, abbiamo accolto i nostri partecipanti come danzatori, e non come pazienti. Considerarli come danzatori che sono lì per acquisire maggiore esperienza nel mondo della danza è un aspetto cruciale della nostra filosofia, e aiuta a costruire quel ponte, fin dalla prima esperienza insieme.

A quali barriere dovete far fronte?

Una delle sfide che affrontiamo è che molte persone hanno paura della danza: vedono la parola “danza” e pensano: “non ne sono capace, non è per me” oppure: “non ho la formazione necessaria”. Una delle cose in cui crediamo fermamente è che chiunque può danzare. Qualunque corpo può danzare e il nostro ruolo come professionisti della danza è quello di renderla accessibile a chiunque ci si voglia avvicinare. Questo è possibile attraverso il rigore e la competenza, senza semplificare le cose. Da subito insegniamo la tecnica, facilitiamo l’apprendimento del nostro repertorio creativo. Questo è apprezzato dai partecipanti perché si vedono inseriti immediatamente come co-creatori, come danzatori. Certo, cambia la velocità con cui insegniamo, cambia il livello di difficoltà iniziale, ma è uno spazio artistico il nostro e tutto il lavoro che lì dentro facciamo è artistico.

E per quanto riguarda la sostenibilità di questo progetto? Come la si costruisce?

Credo che la chiave del progetto sia che è stato pensato dalla comunità. Noi abbiamo aperto il MMDC a Brooklyn nel 2001 e abbiamo detto: “Venite pure! Sappiamo che ci siete là fuori, entrate!”. Una delle prime persone ad entrare è stata una donna –Oly Westheimer – che oggi è una delle fondatrici e direttrice del Brooklyn Parkinson’s Group. Oly era convinta che le persone con il Parkinson potessero imparare molto dai danzatori e che, viceversa, i danzatori potessero imparare molto dalle persone con il Parkinson ma che il programma sarebbe stato sostenibile solo se fosse stato incentrato sulla danza, e non sul Parkinson.

Fin dall’inizio, è stata un’idea che è venuta dalla comunità, non qualcosa che abbiamo inventato noi dall’alto. Avevamo già una comunità di riferimento e poi, nel corso del progetto, abbiamo posto l’accento sull’ascoltare le esigenze delle persone coinvolte. Penso che “sostenibilità” e “ascolto” siano strettamente collegati. I programmi che vedo andare alla deriva sono quelli dove le persone che li gestiscono smettono di ascoltare e pensano di dover seguire semplicemente la propria strada. Durante tutto il percorso, abbiamo ascoltato. Prima abbiamo ascoltato i partecipanti, che hanno detto di volere più classi. Così, abbiamo creato più classi. Poi abbiamo ascoltato gli insegnanti in altre città che ci hanno detto: “Vorremmo fare questo lavoro. Come possiamo fare?”. Allora, abbiamo avviato un corso di formazione per insegnanti. Poi abbiamo ascoltato le persone che erano bloccate a casa e che volevano davvero danzare ma che non potevano andare a lezione fisicamente. Così, abbiamo creato dei DVD e molti programmi in live-stream. Tutto questo non è il risultato di un think-tank sul “dobbiamo fare questo, dobbiamo fare quello” ma è frutto dell’ascolto che abbiamo dato alle persone, chiedendoci sempre: “Quali sono le esigenze reali delle persone con cui lavoriamo? Come organizzazione in che modo possiamo venire incontro a queste esigenze mantenendo sempre alto lo stesso livello di qualità e di attenzione ai dettagli che abbiamo dedicato alla messa a punto del programma?

Grazie mille!

Piacere mio, grazie a te!

 

Intervista di Anna Trevisan

Trascrizione e traduzione a cura di Anna Trevisan e Elena Baggio

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