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23 giugno 2021 Commenti disabilitati su CorpoGiochi. La danza secondo Monica Francia.Intervista Views: 530 Dancing Kids, In depth, Interviews, News, Posts, Projects, Read

CorpoGiochi. La danza secondo Monica Francia.Intervista

Monica Francia è un vulcano di idee e di energia. Scapigliata e inquieta, ci investe di entusiasmo, raccontando a cuore aperto l’esperienza di CorpoGiochi, uno dei più interessanti e pioneristici esperimenti strutturati di trasmissione della danza. Uno dei meriti che le va infatti senz’altro riconosciuto è l’aver saputo (ri)portare all’interno del mondo dell’educazione il senso profondo dell’esperienza corporea creativa.
CorpoGiochi, metodo di sua invenzione, “parte da una concezione politica del corpo e del suo potere di trasformazione e cambiamento” e risponde al più ampio e ambizioso progetto di incidere in modo pratico nel tessuto sociale dove viene applicato, apportando un miglioramento nella vita non solo dei ragazzi che lo frequentano, ma anche delle loro famiglie e dei loro insegnanti.
Grazie a CorpoGiochi le parole e i corpi tornano ad avere importanza e significato, il gioco è abilitato a pratica educativa e, insieme, formano un terreno fertile di crescita e di cambiamento sociale, che mette in discussione l’immaginario educativo “secondo il quale il bambino è un’individualità da costruire. Ma non c’è nulla da costruire ma semplicemente da lasciar esprimere”. In questo ecosistema non ci sono maestri ma “antenne” che captano e mettono a terra i corpi.
Qui la nostra conversazione con lei.

“Far star bene, anche per poche ore, è un atto politico.”
Monica Francia

A.T. Partendo dal tuo archivio personale e artistico di danzatrice e coreografa, ci puoi raccontare quando, come e perché è maturata in te l’esigenza di dedicarti alla trasmissione della danza?
Il mio è un percorso artistico originale. Lo è soprattutto in un Paese come l’Italia.
Per me ogni corpo è adatto alla danza. Il mio corpo è molto esigente: non ha mai potuto inserirsi e accettare un percorso di formazione con codici e tecniche già codificate, non mi ha mai permesso di accettare maestri. Quindi non ne ho mai avuti, la mia è tutta autoformazione, in un periodo, certo, in cui tutto questo era ancora possibile.
Fin da giovanissima mi sono definita “artista” e in questo modo mi sono data carta bianca, permettendomi di fare ricerca. Poi sono tornata negli Stati Uniti, dove ero già stata quando ero ancora a scuola, e sono rimasta a New York, dove mi sono dedicata a fare esperienze di tutti i tipi. Non nei grandi centri e nelle grandi scuole di allora, come quelle di Martha Graham e Merce Cunningham.
Sono finita in quei gruppi di fine anni ’70 inizio anni ’80 dove si offrivano giornate di formazione ai danzatori che approdavano lì.  Mi dissero: “Andiamo e sperimentiamo!”. A me chiesero di restare ma il giorno stesso in cui ho capito che era possibile ricercare in modo personale, sono tornata a Ravenna, dove avevo già una compagnia, Linea Maginot, oggi Teatro delle Albe. […]

Fin dai primi tempi della mia auto-formazione non è stato difficile per me sentirmi pronta a formare altre persone. A formarle non attraverso codici e tecniche ma attraverso la trasmissione delle mie intuizioni, per trasferire loro “la linfa vitale” del mio movimento personale, quella linfa che mi permetteva di esprimere in scena esattamente quello che volevo. Da artista sono diventata così danza-autrice, nel senso più strettamente etimologico del termine [dal latino auctor -oris, der. di augēre “accrescere”; propriamente: “chi fa crescere”, N.d.R.].

A.T. Perché sei approdata proprio ai bambini?
Perché ho scoperto che i corpi delle persone normali non si avvicinano alla danza. Non so per quale ragione ma le persone non si sentono all’altezza. Nel contesto dove vivo, nel mio paese, la danza è considerata qualcosa per addetti ai lavori. Non ci si avvicina ad un corso di danza. Soprattutto i maschi non si sentono pronti ad affrontare un linguaggio dove il corpo è lo strumento principale per esprimersi. Quindi ho pensato di portare la danza in un contesto dove fossero in qualche modo “obbligati” a danzare. […]
Ho scelto di entrare a scuola dopo essere diventata madre. […] Ho sempre approcciato la mia maternità guardando al bambino come ad un essere nuovo, come ad un maestro da seguire e dal quale imparare tutto quanto ha a che fare con il movimento e con la relazione. Con un figlio avvengono degli scambi e delle connessioni potentissimi, grazie al fatto probabilmente di averlo “cellularmente” protetto dentro al proprio corpo, come in una “casa interna”.
Ma ho scoperto che nei percorsi scolastici, dai tre anni di vita in su, non è previsto niente che abbia a che fare con il corpo. Al contrario, nella scuola accade una sorta di “ammaestramento”, come in galera, cosa che non è contemplata formalmente dai programmi ma che avviene nella pratica, nel quotidiano. Certo, le insegnanti sono state “costrette” a trovare una strategia per gestire gruppi numerosi di bambini. Ma le modalità che hanno adottato non compaiono in nessun libro di pedagogia e assomigliano più ad un “ammaestramento del corpo” che ad un’educazione corporea. Per me è stato doloroso scoprire tutto questo.
A scuola insegnano a leggere e a scrivere ma il linguaggio del corpo, che è fondamentale, non viene insegnato. Invece dovrebbe essere una materia obbligatoria, fin dalla nascita, perché è indispensabile per capire chi siamo e come ci muoviamo; quali sono le qualità del nostro movimento; qual è il nostro ‘tocco’; come ci vedono gli altri in base a come ci muoviamo. Ecco perché il mondo della scuola, dall’infanzia alle superiori, mi è sembrato il luogo più adatto dove portare la danza e l’educazione corporea, fondamentali non solo per gestire meglio i gruppi ma anche per creare le basi e la grammatica del rispetto reciproco, per costruire relazioni (anche gerarchiche) tra persone che vivono insieme in uno spazio chiuso, per otto ore, tutti i giorni.

foto di Pietro Bologna

R.B. Parliamo del tuo metodo, un metodo relazionale, che porti tutti i giorni nelle scuole. Lo hai chiamato: “Corpo Giochi”. Che cos’è per te il corpo? Qual è la sua funzione nella trasmissione? Che tipo di strumento è? Che cosa ha significato assumerlo come categoria del sapere?
Scusate se rido ma … io vengo da Marte! Da quando sono nata sento che c’è qualcosa che non funziona qua. Qualcuno pensa che io sia aggressiva, arrogante, ma semplicemente vengo da un’altra cultura, dove se ho un corpo che mi permette di vivere e relazionarmi, è il corpo il mio strumento principale! Nel corpo è contenuto tutto, è lo strumento!
Da parte mia sono abituata a leggere il linguaggio di ogni movimento, e riesco a comprendere cosa c’è dietro, anche prima della persona interessata.
Il corpo andrebbe osservato, ci vorrebbero delle lezioni in cui si osserva come funziona il proprio corpo, che è quello che faccio con CorpoGiochi. Ognuno di noi subisce le sens-azioni date dai sensi quando si relaziona, anche a distanza, con un corpo che non conosce. Proviamo delle vere reazioni fisiche. Le persone però non sanno riconoscere da dove arrivano le loro reazioni, se agiscono in un dato modo perché hanno paura, perché si vergognano, per imbarazzo, ansia; hanno imparato un’abitudine di movimento che va interrotta, ed è quello che faccio nei miei laboratori, anche con gli adulti, che per me sono uguali ai bambini, in questo ambito. Durante il lavoro a scuola, con i più piccoli, chiedo loro cosa gli sta succedendo dal punto di vista fisico. A qualcuno sudano le mani, a qualcun altro batte forte il cuore, c’è chi fa fatica a respirare, chi diventa rosso rosso. Poi gli chiedo di farsi venire da soli quelle sensazioni in tre secondi… e non ce la fanno, perché le sensazioni le subisci, non le puoi controllare come vorremmo noi adulti, e il corpo è lo strumento che ti permette di comprendere tutto ciò che ti riguarda. Io lavoro molto bene con le persone chiuse, obbligate, ammaestrate a stare in un certo contesto, e a rispettare delle regole, perché grazie al corpo riesco a mostrare loro quanto hanno necessità di cambiare comportamento, che vuol dire sperimentare comportamenti altri, rispettosissimi, dove si sta ancora meglio, con cui raggiungere il benessere grazie al corpo e al movimento, a capire come stare meglio con gli altri pur rimanendo nello stesso contesto.

R.B. La seconda delle due parole chiave del tuo metodo è “gioco”. Come si relazionano gli adulti con il gioco?
Tutti possiamo vivere i nostri corpi in modo diverso. La vita è un gioco. Nel senso che la vita ti sottopone a una serie di prove che devi superare; devi cercare di capire continuamente dove e come costruire un territorio di gioco, come confinarlo, come proteggerti, quando distruggerlo e formarne un altro.
La vita è un gioco, ma serio serio, un gioco importante che però andrebbe preso sempre con quel distacco, con quella lontananza che ti permette di vedere la parte più ampia; quella parte più ampia di noi che manda un corpo potente a giocare questo gioco. Gli adulti si prendono troppo sul serio, e si irrigidiscono, si identificano con quello che fanno, ma non è così, noi adulti facciamo qualcosa ma siamo qualcos’altro che è tutto da scoprire. Io non posso dire che sono un’artista, ma posso dire che faccio l’artista, per questa e quest’altra ragione, perché io sono molto più vasta di quello che faccio. Insomma, noi siamo la pedina di un gioco molto più grande. Questo è il mio mondo, io vengo da lì. In poche parole, c’è una Monica Grande che ha mandato la pedina Monica Corpo in una sorta di galera, senza passare dal Via come nel gioco del Monopoli, e questo corpo si trova a doversi relazionare con prove e incontri differenti: l’innamoramento, il lavoro, la paura, le difficoltà, la morte.
La filosofia di CorpoGiochi è “chi sono? Qual è il mio talento? Cosa mi interessa? Cosa mi piace?” Ma attenzione il metodo non è “roba da bambini” come a volte pensano i ragazzi che sono alle medie e alle superiori (più si va verso l’adulto più l’ammaestramento è forte). È un tipo di pensiero che rompo subito con un gioco molto “semplice”: chiedo loro di guardarsi negli occhi, con rispetto. Crollano dopo 30 secondi.

foto di Pietro Bologna

A.T. Hai creato un linguaggio ad hoc che regola le esperienze di Corpo Giochi: “antenne”, “compatti”, “allungati” … Ci è venuta la curiosità di capire che cosa ti ha ispirato questo immaginario. Tu dici che sei venuta da Marte e, in effetti, anche il vocabolario che hai inventato ha qualcosa di extraterrestre …
È nato tutto da un’intuizione […]. All’inizio del mio percorso formativo ho capito che le persone della mia compagnia andavano allenate a parlare questa mia scrittura fisica, perché in scena ognuno di loro doveva usare lo stesso linguaggio. Non usavo molto le parole, usavo la pratica. Tuttora lo faccio, se le persone non capiscono il tipo di azione che io richiedo, se non hanno la percezione sottile del movimento espresso a parole.
Poi, grazie a CorpoGiochi, ho dovuto trovare un linguaggio che fosse adatto ad età diverse: dal bambino di tre anni, all’adolescente, all’insegnante. Ho cercato le parole adatte e ho scelto quelle più concrete. Ad esempio, “conduttore” è chi conduce. […] Ma mi sono resa conto che la lingua italiana non è adatta a parlare del corpo. Forse perché è una lingua maschile, nella quale le parti del corpo -gli organi, le ossa, le cellule- sono state nominate con nomi assurdi.
Le parole fanno il linguaggio ma fanno anche il movimento. Quando ci muoviamo con il corpo, comprendiamo. Ma una parola può bloccare la reazione di un corpo, perché ci si muove e si danza nel modo in cui quella parola ti ha indicato. E se la parola non c’è, allora sei rovinata, perché il tuo gesto non sarà quello che potrebbe essere.
Quando cerco di stabilire un primo contatto con le persone, spesso non trovo le parole. […] Proprio in questi giorni in cui ho dovuto ripercorrere il mio bagaglio per trasmetterlo a dei giovani danzatori e performer [durante un laboratorio condotto a Venezia, ai Magazzini del Sale N.d.R.] mi sono resa conto che nella lingua italiana le parole adatte non ci sono più. Le devo ritrovare. Ho chiesto ai questi danzatori di aiutarmi a farlo, usando anche altre lingue, per esempio l’inglese.
Ad esempio, quando chiedo un certo tipo di appoggio e di pressione della mano, in italiano non posso esprimerlo con la parola “premere”. Se mancano le parole adatte per comunicarlo, è inevitabile che il movimento venga travisato. Altro esempio: prima di trovare la parola giusta per suscitare nelle persone una certa qualità dello sguardo, ho dovuto fare molti tentativi. All’inizio chiedevo loro uno sguardo gentile. Ma non succedeva nulla. Poi sono andata a cercare l’etimologia della parola “sincero” e ho scoperto che è: “miele senza cera, puro”. Quando l’ho condivisa con i bambini e i ragazzi, sono riuscita finalmente a trasmettere loro quello che intendevo: uno sguardo gentile è uno sguardo sincero, puro, senza ostacoli. Il risultato è stato da brividi: una classe intera con gli occhi pieni di meraviglia e rispetto. […] Questa è la prova concreta che le parole sono molto importanti.

A.T. Corpo Giochi è un’esperienza ormai ventennale. Nel corso del tempo hai potuto osservare un cambiamento dei corpi? Se sì, in che direzione?
All’interno dei gruppi classe, anche all’asilo, nel corso del tempo ho osservato un crescendo di difficoltà relazionali e una sempre maggiore mancanza di attenzione. […] Vent’anni fa se chiedevi ai bambini della primaria di chiudere gli occhi, lo facevano. Oggi gli occhi non li chiude più nessuno, perché non hanno più fiducia, vogliono controllare tutto quello che accade, perché li picchiano, si picchiano tra loro, non rispettano i confini degli altri, non hanno chiaro dov’è il loro corpo e dove inizia quello dell’altro. […] Ho visto cose e situazioni molto pesanti in questi anni. Ho osservato una grande difficoltà [a gestire ed esprimere] le emozioni […].
Sempre più spesso i bambini e i ragazzi si aspettano che io li debba divertire. Ma io spiego loro che non è quello che sono venuta a fare e che se si annoiano va bene. Ormai i bambini sono abituati che annoiarsi è qualcosa che manda in ansia gli adulti. Ma la noia è una grande opportunità.
Fino all’anno scorso CorpoGiochi è stato un interessante esperimento di lunga durata, in cui ancora non mi era del tutto chiaro l’esito. Certo, mi era chiaro che CorpoGiochi era richiesto e voluto dalle persone, e che portava i bambini e i ragazzi a diventare dei giovani perfomer, perché il lavoro non si limitava agli spazi della scuola ma veniva portato fuori, nella città. E, in mezzo alla città, mi dimostravano che quello che avevano imparato dentro, confinati a scuola, lo sapevano portare anche fuori, camminando per le strade senza vergognarsi di sé, senza atteggiamenti di chiusura o di imbarazzo per il proprio corpo. In loro accadevano dei cambiamenti nei comportamenti e nelle relazioni: diventavano un gruppo di persone che si prendevano cura una dell’altra. Questa era la magia che accadeva.
Poi è arrivato il Covid.
R.B. E che cosa è successo? Che tipo di cambiamenti ha messo in atto il Covid? Come ha cambiato il tuo metodo che, contrariamente a quanto il termine può far pensare, non è qualcosa di definito, statico e concluso ma di aperto e in trasformazione? Come vi siete dovuti rimettere in gioco tutti quanti, te compresa?
Ho scelto il cambiamento come opportunità. È arrivata la carta “resta in prigione”. Uno può affrontarla disperandosi oppure come occasione per rimodulare tutto quanto. Il metodo CorpoGiochi l’ho creato da sola e poi ho formato altre “antenne”. Ho costruito rapporti con le istituzioni e ho lottato per continuare a farlo. Nella mia prima telefonata, a marzo 2020, mi sono sentita dire che il corpo era diventato un tabù e che non era più possibile lavorare nelle scuole. Allora ho forzato la mano, fino a che ho ottenuto di entrare nelle scuole con una nuova versione di CorpoGiochi. Grazie a questa nuova versione, CorpoGiochi è migliorato tantissimo, perché il rispetto forzato delle nuove regole ha dimostrato che è proprio nella scuola che va proposto: è una materia vera e propria da fare in classe, con gli insegnanti, e non in palestra, come se fosse l’ora d’aria concessa ai bambini per riattivare il corpo.
Grazie al Covid sono riuscita a mantenere distanziate di un metro una dall’altra le persone. Non ci ero mai riuscita in vent’anni di lavoro! […] E con il progetto Body Attack [ideato proprio durante il Covid, N.d.R.) sono riuscita a coinvolgere anche le famiglie dei bambini, attraverso dei video-tutorial.
L’esperienza del Covid per me è stata molto utile perché mi ha permesso di riposizionarmi, di riposizionare il mio lavoro esattamente dove e come volevo. È stato difficile ma queste regole così stringenti e rigide […] hanno messo sotto gli occhi di tutti le limitazioni a cui il corpo è sottoposto. E così la necessità del mio lavoro è diventata ancora più chiara ed evidente agli altri.

A.T. Con CorpoGiochi hai portato la danza nelle scuole di Ravenna, riuscendo a farla introdurre come materia curriculare. Questo è un risultato esemplare, che ha quasi il sapore di una rivoluzione, visto che, per il resto d’Italia, questo tipo di progettualità è ancora fantascienza. Come hai fatto?
Tu usi la parola “danza” ma loro … non lo sanno! Sì, è vero, le insegnanti hanno accettato e accettano che CorpoGiochi entri nel curriculum scolastico. […] Ma a scuola non uso mai il termine “danza”. Quando presento il progetto alle scuole parlo di “movimento”, di “educazione al movimento”, di “educazione alle emozioni”. Ho dovuto trovare un modo per comunicare con le istituzioni. […]
Manca ancora la partecipazione della Città, anche se stanno nascendo realtà molto interessanti.

R.B. Il tuo lavoro dimostra una forte vocazione all’altro. Hai costruito una costellazione di collaborazioni, che fanno capo a diverse professionalità: insegnanti, neuropsichiatri, psicoterapeuti, un’illustratrice e grafica … Nel tuo sito web hai scelto di adottare l’uso del font NOTO, un font inclusivo, per proteggere anche con la parola scritta la pluralità di genere… Oggi il tuo metodo ha creato una rete ricca e variegata.
Da sempre il mio lavoro avvicina moltissime persone e comunità. Mi sono sempre fatta promotrice di gruppi che lavorano per un obiettivo condiviso. In questo caso, un metodo che non è il mio metodo ma il metodo, perché serve a far star bene le persone. Tutti insieme portiamo avanti qualcosa che sentiamo come necessario, per farlo vivere. Ci sono anche ex-funzionarie, mamme entusiaste …
CorpoGiochi si interroga su chi siamo, su quali sono i nostri talenti, che cosa ci piace davvero. Questo fa avvicinare le persone. All’inizio le persone si avvicinavano a me, Monica Francia. Ma io sono solo una pedina. Le persone si devono avvicinare al gioco, al progetto, perché quello che voglio è riuscire a giocare con tutti, non solo con i bambini!

Intervista di Anna Trevisan e Rita Borga

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