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4 agosto 2020 Commenti disabilitati su My Heart Goes Boom. Il corpo danzato | Intervista a Daniele Ninarello Views: 520 Dance Well, In depth, Interviews, News, Projects, Read

My Heart Goes Boom. Il corpo danzato | Intervista a Daniele Ninarello

4 agosto 2020 | Pubblichiamo la lunga e densa conversazione, finora rimasta inedita, al coreografo Daniele Ninarello, che abbiamo intervistato telefonicamente un anno fa a proposito del suo spettacolo “My Heart Goes Boom”, realizzato con i danzatori del gruppo Dance Well per BMotion 2019. 

 

Daniele Ninarello con i Dance Well. Foto di Roberto Cinconze

Vorrei cominciare dallo spettacolo My Heart Goes Boom che hai presentato con il gruppo Dance Well per BMotion Danza 2019. Un lavoro intenso e sicuramente particolare per noi pubblico. Lavoro che immagino sia stato intenso anche per te.

Vorrei che ci raccontassi come è andata quest’avventura, questo lavoro artistico – e, credo, anche umano. Quali sono state le fasi del processo creativo, come hai proceduto per costruire lo spettacolo, qual è stato il punto di partenza, l’intuizione iniziale?

Questo lavoro è arrivato in un momento in cui stavo già sperimentando il mio interesse verso le pratiche compositive d’insieme. Incontrandoli, mi resi conto che era nato da parte mia un desiderio: quello di scoprire più profondamente come loro, già abituati a lavorare con molte altre persone, avrebbero reagito a me, al mio processo creativo.

La cosa interessante è che, con loro, ho iniziato da subito a fare ricerca. Durante l’anno abbiamo deciso dei giorni in cui ci siamo incontrati. Abbiamo fatto dei laboratori in cui mi sono permesso di trasmettere loro delle pratiche sulle quali stavo lavorando, che riguardavano l‘idea del collaborare come pratica artistica, dell’offrirsi e del condividere le scoperte in itinere, attraverso il movimento. Il movimento è stato come una lente di ingrandimento per far loro sperimentare i significati che io portavo.

Da qualche anno mi sto addentrando sempre più nella ricerca e nelle composizioni coreografiche che possano anche assumere degli aspetti ritualistici. Ho voluto quindi accompagnarli a scoprire che cosa vuol dire vivere, nel tempo presente, una pratica di movimento e una pratica compositiva con la consapevolezza di chi crea, di un corpo che in scena sta scrivendo, sta vivendo. Lavorare insieme su quest’aspetto è stato molto bello e molto profondo, perché per loro era una novità rispetto alle esperienze che avevano vissuto. Siamo partiti dal chiederci come è possibile sentirsi uniti e allo stesso tempo unici e liberi insieme agli altri. Ci siamo presi il lusso di passare del tempo insieme, semplicemente a sperimentare, a scoprire come ogni singolo individuo poteva esercitare l’idea di libertà, insieme alla volontà di cooperare con la comunità.

I Dance Well in “My Heart Goes Boom” | Foto di Selamawit Biruk

Questa sperimentazione è durata due o tre residenze, durante le quali abbiamo condiviso letture, video, pensieri e abbiamo parlato moltissimo, trascorrendo molto tempo insieme e divertendoci semplicemente a prenderci cura l’uno dell’altro. Abbiamo lavorato molto sul senso dell’offrirsi e dell’aprirsi. Ci siamo chiesti che cosa sceglievamo di offrire, in maniera sincera, senza giudicare, semplicemente osservandolo e prendendoci cura di quello che emergeva. Abbiamo compreso come il movimento può dire tutto di noi. Questo per loro è stato un tasto molto importante, che hanno affrontato in maniera molto coraggiosa. Da lì, è nato il desiderio di lavorare su un movimento che potesse accordare tutti i corpi ma che permettesse anche tutti loro di non distaccarsi dall’esperienza personale. Abbiamo cercato di capire come possiamo sostenere una comunità, da dentro a fuori, da fuori a dentro; come possiamo condurci ad una danza di libertà, dove ci permettiamo di liberarci nel piacere personale e allo stesso tempo offrire questo piacere personale a tutta la comunità, sostenendola, incitandola, incoraggiandola a vivere e a costruire quell’apertura insieme. Perché non sono libero se sono da solo. È un’illusione.

Poi c’è stata una pausa, nella quale mi sono preso il tempo di riflettere su come tutti gli elementi che avevamo messo insieme, trovato, ricercato, sperimentato potevano confluire insieme, in un’unica creazione. Così è nato My Heart Goes Boom, che è uno dei miei lavori dedicati alla nostalgia dell’unisono e al rituale collettivo. È un lavoro che riflette sulla danza di libertà come danza che si offre, e che si è ispirato anche alla danza di Re David. È una danza andata perduta e della quale non abbiamo testimonianze [dirette N.d.R.] ma che sappiamo essere stata una danza in cui David si offriva a Dio, e che è narrata [nella Bibbia, N.d.R.] come una danza di un corpo che si libera, pieno di gioia, offrendosi in tutta la sua energia e gratitudine.

A loro quest’idea è piaciuta moltissimo. Ci siamo guardati e scrutati l’un l’altro, con la cura e la dedizione con le quali avremmo scrutato una divinità. Ci siamo chiesti se tutte le persone che quotidianamente incontriamo nel nostro passaggio non sono forse questo Dio, al quale poter dedicare costantemente questa danza di libertà, insieme.

Per me è stato un viaggio arricchente.  Ci sono stati momenti molto intensi, che ti avvicinano alle persone anche dal punto di vista umano. Da loro mi sono sentito coccolato, abbracciato, rispettato, stimato. Da quest’esperienza sono uscito con un cuore pieno. Non è una cosa che accade spesso, oggi. Forse perché siamo abituati a giudicarci e a giudicare gli altri e, purtroppo, a difenderci dalle relazioni più che a costruirle insieme, soprattutto in questo periodo storico. Mi sembrava importante proporre una riflessione su queste “barriere”, che hanno una misura diversa per ognuno di noi.

Applausi per i Dance Well in “My Heart Goes Boom” | Foto di Selamawit Biruk

Ci sono stati durante il processo dei momenti inaspettati, che ti hanno spiazzato, o che ti hanno fatto cambiare sguardo su quello che stavi facendo, o che ti hanno ispirato diversamente? Qual è il dietro le quinte che vuoi raccontare anche a noi?

Non era sicuramente la prima volta che lavoravo con un gruppo di danzatori non professionisti. Quindi, in qualche modo, ero già abituato a mediare e a cercare di comprendere la maniera giusta di ascoltare e farmi ascoltare. Quando ti metti in ascolto, scopri che sono proprio gli altri a suggerirti il modo in cui desiderano essere ascoltati. Quest’aspetto è stato fondamentale. Forse, quello che ha fatto la differenza rispetto alle altre volte è che erano un gruppo numeroso -erano davvero tanti- ed entusiasta. Ogni mattina, quando arrivavo in sala prove, mi accoglievano sempre con un sorriso, pur sapendo che poi, nelle ore successive, ognuno di loro avrebbe affrontato delle difficoltà.

Mi hanno spiazzato tutte le volte che proponevo loro una pratica nuova e la facevano, senza sapere dove li avrei condotti, riuscendo sempre a far nascere qualcosa di incredibile, riuscendo sempre a compiere un viaggio d’insieme profondo, vasto e meraviglioso. Sembrava sempre di assistere, da fuori, ad una performance. Tutte le volte, però, che provavo a far ripercorrere la pratica, per fissarla e definirla meglio, emergevano delle difficoltà. Quando ho smesso di insistere, ho compreso che avevo davanti a me persone alle quali potevo davvero affidare sulla scena il rischio di una composizione in tempo reale. Questa è stata senz’altro la prima, grande sorpresa.

Un’altra cosa per me sorprendente è stato vedere come ogni giorno si appassionassero sempre di più al processo e alle tematiche che stavano portando in scena, facendole loro in maniera personale. Era come se, piano piano, ognuno di loro comprendesse, in maniera intima, che c’era qualcosa che aveva a che fare con un angolo di sé, come se scoprisse di aver realmente a che fare con quell’esperienza e che quindi il processo artistico combacia quasi sempre con la possibilità, se si vuole, di trovare una soluzione creativa a qualcosa che ci chiede di essere illuminato o risolto, sciolto nel tempo e nello spazio. Con loro è stato incredibile, perché è successo proprio questo. La performance è stata possibile soltanto nel momento in cui tutti hanno deciso di lasciarsi andare completamente a quello che emergeva.

I Dance Well in “My Heart Goes Boom” | Foto di Selamawit Biruk

Che poi forse è quel lasciarsi andare, quell’arrendersi, quel cadere (“to fall”) che ritroviamo anche nelle parole di Alan Watts che hai scelto di usare all’inizio come voce off: “Well now really when we go back into falling in love. And say, it’s crazy. Falling. You see? We don’t say ‘rising into love’. There is in it the idea of the fall”.

Nelle parole che hai affidato al programma di sala, si legge che questo spettacolo è “un manifesto che riflette sulla libertà”. Se tu dovessi scriverlo davvero un manifesto sulla danza o consegnarci degli appunti provvisori, che parole useresti? Io mi sono appuntata alcune parole: “rituale”, “sentire”, “amore”, “forza”, “energia”, “Oriente”. Che cosa ne pensi?

Sì, sono d’accordo con le parole che hai elencato. Aggiungerei la parola “libertà”, parola pesante. Mi sono sempre detto che forse apparteniamo a qualcosa ma che, nello stesso tempo, abbiamo bisogno di non appartenerle. Siamo costantemente nomadi e nello stesso tempo siamo costantemente sedentari. Abbiamo il desiderio di costruire un luogo in cui sostare eppure stiamo pensando a come fuggire, a qual è la via di fuga. Ho sempre lavorato su questo binomio.

Mi piace la parola “rituale”, perché ho sempre lavorato sull’aspetto ritualistico della pratica artistica, su quello che può essere un living process un processo di trasformazione, un processo di guarigione, perché mi interessa che il corpo si faccia canale e portavoce di un universale che possa toccare quante più persone e territori possibili. Forse non si è ancora perso del tutto nelle nostre menti, nella nostra mente collettiva, ma purtroppo sento una forte distanza da parte di noi tutti da quest’aspetto. Mi interessano anche parole come: “orizzontale”, “contagio culturale e relazionale”, perché credo che ci contagiamo costantemente a vicenda. Eppure viviamo nella paura del contagio.

“Oriente” è una parola che sposo, perché in un certo senso tutto il mio lavoro si è sempre dedicato al concetto del disorientamento. Il mio lavoro nasce dalla riflessione sulla parola “disoriente”, che in sé è la mancanza dell’Oriente, cioè del punto da cui nasce il sole. Fa parte del mio manifesto, perché è una domanda: verso che cosa mi muovo? Che cos’è questa luce, quest’apertura, questa crepa che ognuno di noi tenta di creare? Verso quale direzione ci stiamo muovendo per costruire il nostro ideale di libertà? E poi,mi frullano in testa parole come “collettività”, “cura”, “mescolanza”, “disappropriazione”, perché vorrei crollassero tutta una serie di difese, di chiusure, di appartenenze, di paure. C’è sempre tra noi la tendenza a lasciare che sia la paura a regolare i rapporti.

“Bloom” di Daniele Ninarello. Foto di Riccardo Panozzo

C’è una frase che hai detto parlando di Still: “è il movimento a muovere i corpi”. Mi ha colpito molto. Non so se l’ho capita. Forse l’ho intuita dopo aver visto Bloom. Che cosa vuoi dire? Perché è il movimento a muovere i corpi?

Anche Bloom è un lavoro che riflette sulla cooperazione, sul come portare i nostri occhi a vedere “un istante contemporaneo”, un istante che è allo stesso tempo allineato sul nostro asse e su quello dell’altro. È una sorta di viaggio parallelo e comunitario, ispirato al meccanismo di cooperazione in natura: una cooperazione ritmica, musicale, armonica, che non è per forza estetica ma che sicuramente ha a che fare, in qualche modo, con la bellezza.

Con questa frase voglio dire che mi interessa sempre esporre e far scoprire, far sentire, sia al performer che allo spettatore, che il corpo può essere danzato più che danzante. Il corpo è danzato quando si concede agli eventi e si arrende agli eventi che lo muovono. Attraverso il corpo, gli eventi si fanno narrazione. Mi interessa condividere piuttosto che mostrare e in questo c’è una differenza -probabilmente nel giudizio – che esprimo con le espressioni “corpo danzato” e “corpo danzante”.

Un corpo danzato non significa privo di controllo o abbandonato agli eventi. Anzi, è proprio il contrario. Nel momento in cui ci arrendiamo a quel qualcosa che desidera muoverci, scopriamo che quell’energia si sprigiona fuori di noi, ritorna dentro di noi ed è in costante dialogo con il corpo. Pensiamo ai rituali danzati: quasi sempre nascono da un’esigenza di riunificazione.

“Riunificazione” è una parola che aggiungo a questo manifesto. È come se fossimo stati divisi, strappati e questo strappo si sente. Pensiamo ad esempio al rituale della taranta, al tarantismo. Quelle donne, quei corpi desideravano guarire. Guarire da un veleno interno, da un tormento, da un qualcosa che le possedeva. Pensiamo ai rituali ripetitivi del Kurdistan e della Georgia, ai Sufi: in tuti c’è il bisogno di creare una apertura da cui far fuoriuscire questo veleno per far entrare un’informazione nuova, per purificare l’aspetto sensoriale del corpo, che è sporcato e appannato e macchiato da un’esperienza terrena di divisione. Questo per me è il corpo danzato: è un corpo riunificato con un movimento che esiste già, che è già nello spazio, che è già tra i corpi. Se vogliamo entrare in questo processo di riunificazione possiamo farlo attraverso la pratica artistica. Attraverso la danza possiamo fare in modo di rientrare in questo flusso. Mi piace riportare le persone per qualche istante della loro vita a sperimentare che c’è qualcosa fuori di noi che ci unisce e ci tiene insieme.

I Dance Well in “My Heart Goes Boom” | Foto di Selamawit Biruk

Tu sei prima danzatore e poi coreografo. Non so se la sequenza che ho usato ti piace. Quello che mi interessa è sapere da te qual è la differenza di ruoli: che cosa cambia nel danzare e nel far danzare.

Ruolo è una parola che mi piace poco. Preferisco parlare di posizioni invece che di ruoli.

Come autore sto scoprendo sempre di più come osservare la natura di chi ho davanti per condurlo ad esprimersi. Danzo ancora ma mi interessa di più l’aspetto curatoriale e organizzativo delle pratiche artistiche. Continuo ad imparare quotidianamente come condurre i corpi e le menti verso un unico obiettivo.

Da danzatore ho sempre pensato di farmi medium, canale. Quello che mi ha sempre affascinato è che come danzatore potevo perdermi di vista concedendomi e concedendo al coreografo il mio corpo, lasciandomi scrivere. Danzare e far danzare sono posizioni molto vicine. Quando danzo, penso a scrivere e scrivo quando danzo.

Il modo in cui componi con il corpo mi fa pensare all’idea di paesaggio: fisico, naturale, musicale. È una parola che ti piace?

Paesaggio è una parola che torna spesso nel mio modo di lavorare, sia a livello musicale che compositivo. Per esempio, lavorando con il gruppo Dance Well a Bassano, è stato molto interessante scoprire come il paesaggio di ognuno di loro fosse una stratificazione di esperienze, di anni, di emotività, di cose che uscivano fuori. Mi piace usare la parola “paesaggio”, perché in quel momento tutto quello che emergeva in sala era sullo stesso piano, in modo orizzontale, anche se magari a livello temporale c’era una gerarchia. Abbiamo voluto eliminare la parola gerarchia: gerarchia delle forme, gerarchia dei ruoli… Abbiamo deciso semplicemente di osservare tutto quello che nasceva durante il lavoro come fosse stata un’offerta, un dono. Un po’ come quando si osserva un paesaggio: a livello ritmico magari ci sono alcune cose che ti colpiscono prima ma questo accade perché ne esistono anche delle altre. Mi interessa l’idea di paesaggio, perché nel paesaggio c’è uno sviluppo sempre “orizzontale” degli eventi, in termini di sconfinamento direzionale. E poi il mio lavoro è sempre stato ispirato dal paesaggio.

Alberto Giacometti, “Uomo che cammina” (1960) bronzo, 183 cm, Collezione privata

Mi vengono in mente lavori come Where is my love e Local.

Sì. Ma penso anche ad una serie di lavori sul senso del migrare, sulla pratica del camminare. Anche con i Dance Well ho lavorato molto in questo modo. Ho chiesto loro di riflettere su come il paesaggio naturale e architettonico orientano le nostre direzioni. Non posso parlare di corpo medium e di corpo danzato se non mi prendo cura del fatto che i pensieri non nascono solo dal nostro vissuto dal nostro immaginario ma anche da ciò che percepiamo in tempo reale, dei segnali che arrivano da fuori.

A proposito di corpo medium, mi viene in mente la scultura etrusca L’ombra della sera. Ho letto infatti che per lo spettacolo Still ti sei ispirato ad Alberto Giacometti, che questa scultura la conosceva bene. Che cosa c’è che ti ha attirato di Giacometti, di queste sue silhouette così liminali, così sottili, di questi corpi nello spazio che sembrano quasi … ombre?

È un discorso complicato e profondo, che ha cambiato probabilmente il mio modo di fare arte e coreografia ma anche la mia vita come uomo. Quando lavorai su Giacometti volevo lavorare sul concetto di resistenza del corpo. È un concetto che ritroviamo anche in My heart goes boom. Mi sono chiesto che cosa ci passa davanti e dietro agli occhi costantemente, in questo nostro insistente, continuo perseverare a camminare, che non è nient’altro se non un portare avanti un piede dopo l’altro, per non lasciare che la nostra colonna crolli a terra. Non è solo una questione anatomica. Assume anche un carattere metaforico, perché quando camminiamo non stiamo solo resistendo alla gravità. Stiamo resistendo anche alla caduta emotiva, che spesso viviamo come resa, come sconfitta, come fallimento. Ho voluto capire come questa resistenza che mettiamo in atto trasforma i nostri corpi, i nostri sguardi, i nostri muscoli. In questo incessante procedere, noi tutti siamo un muscolo di questo enorme sistema. Spesso non ce ne rendiamo conto. Se comprendiamo che cosa fa funzionare questo sistema, allora possiamo cooperare alla riuscita di questo sistema. Mi piace a livello coreografico porre l’attenzione sul funzionamento di questo sistema, far sì cioè che i danzatori prendano consapevolezza del fatto che ogni corpo è, in fondo, parte di un organismo più grande, di cui tutti fanno parte.

Il tema dell’ombra ha un senso così remoto, ancestrale e profondo. Personalmente, l’ombra è l’agguato, l’oscurità, la minaccia che arriva ad oscurare lo sguardo, ad oscurarci, a portarci via dall’istante presente. È   anche la morte. È quel momento in cui, se cadiamo dentro di noi, perdiamo l’altro e perdiamo il presente.

 

Anna Trevisan

Foto di Selamawit Biruk, Roberto Cinconze, Riccardo Panozzo.

 

Operaestate festival | BMotion Danza
Prima nazionale 21 Agosto 2019 ore 18.00
Chiesa di San Giovanni, Bassano del Grappa
My heart goes boom
Coreografia: Daniele Ninarello
Con: Cristina Peron, Luisa dalla Palma, Silvana Cucinato, Paola Agostini, Annì Scodro,
Maria Rosa Martinello,Franca Baraldo, Mario Pomero, Giuseppina Cavallin, Marchioro Giorgio,
Daniela Scotton, Eva Boarotto, Paola Bertoncello, Roberta Peron, Eleonora Nicolli,
Anna Canonico, Vittoria Battistella.
Supporto al processo creativo: Cristina Bacilieri Pulga
Musiche: Rrose, Etapp Kyle, Pj Harvey
Speech: Alan Watts
Commissione coproduzione: Operaestate Festival Veneto

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