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21 agosto 2020 Commenti disabilitati su Il lockdown non ha spento la nostra capacità creativa | Intervista al Collettivo M_I_N_E Views: 325 Interviews, News, Posts, Read

Il lockdown non ha spento la nostra capacità creativa | Intervista al Collettivo M_I_N_E

La danza è la loro lingua e il loro modo di praticare un’uguaglianza possibile, prendersi dei rischi non li spaventa – del resto fa parte del loro mestiere. Durante il lockdown la video-danza è entrata a far parte della loro pratica artistica, ma il loro futuro sarà live.
Li vedremo dal vivo
 a BMotion Danza con la versione di Corpi Elettrici, nata in collaborazione con Gender Bender Festival, e il Conservatorio di Musica ELettronica G.B. Martini di Bologna.
Loro sono il Collettivo M_I_N_E, ovvero Francesco Saverio Cavaliere, Siro Guglielmi, Fabio Novembrini, Roberta Racis, Silvia Sisto.

C’è un pre e un post Covid-19, marcato in ambito artistico dalla prepotente entrata in scena di uno spazio digitale. Che effetti ha avuto questo nuovo spazio sulla vostra pratica artistica?

Lo spazio digitale si è inserito per forza di cose nella nostra pratica artistica. In un primo momento per mantenere viva la nostra pratica e continuare a comunicarla, e permettere che esistesse al di fuori dello spazio di costrizione che erano diventate le nostre case. Dopo esserci interrogati a lungo – siamo molto fedeli a quella che pensiamo essere la natura più intrinseca del nostro lavoro, cioè la condivisione dal vivo del corpo, di pratiche, e poi di quello che chiamiamo “spettacolo”- abbiamo cercato di non abusare del mezzo digitale, di non usarlo passivamente come se fosse la cura di tutti i mali. Per esempio lo abbiamo utilizzato per sviluppare il nostro nuovo progetto, Corpi Elettrici, di cui porteremo una versione live a BMotion Danza. Anziché incontrare di persona gli allievi del Conservatorio di Musica Elettronica di Bologna, con cui abbiamo costruito il progetto, abbiamo utilizzato lo spazio di Zoom – gioia e dolore di questo periodo – per creare una modalità di interazione tra coreografia e composizione elettroacustica. Nell’impossibilità di danzare dal vivo le varie composizioni, abbiamo deciso di cimentarci per la prima volta con la video-danza, rendendo visibile la collaborazione tra noi e i musicisti attraverso dei video che abbiamo realizzato per ognuno di noi, e per ognuna delle composizioni. Confrontarsi con il mezzo digitale per noi ha significato, e significa tuttora, trovare delle modalità inedite che non siano semplicemente una ripetizione passiva di quello che avremmo potuto fare in una situazione “normale”.

L’utilizzo dello spazio digitale ha influenzato anche il vostro rapporto con il pubblico?

Naturalmente abbiamo tenuto conto del pubblico, crediamo sia ipocrita dire che non si considera il pubblico nel momento in cui si maneggia un lavoro artistico. Il pubblico è per noi sempre presente, sebbene non diventi preponderante: creiamo con il pubblico, ma non solo per il pubblico.
Il video dà sicuramente un potere molto forte, ma è uno strumento a doppio taglio. Se da una parte ti permette il controllo esatto sull’immagine, di mettere esattamente il focus nel punto che vuoi, e quindi di controllare lo sguardo dell’osservatore, dall’altra è uno strumento di grande esposizione. Siamo stati molto onesti nell’uso del video, ci siamo mostrati a un potenziale pubblico per come eravamo in quel momento: nelle nostre case, senza poter esperire quella componente di atletismo che è molto importante nella nostra poetica, e forse più fragili che in altri momenti; però abbiamo deciso di esporci e tenere vivo un sentire, un desiderio, un immaginario.

Che cosa rappresenta per voi la danza?

La danza è la lingua che noi parliamo, è il nostro modo di parlare, è qualcosa che ci definisce ma con cui non vogliamo definire. È uno spazio in cui possiamo sentirci liberi; la danza è la reale occasione per poter liberare dei lati caratteriali, delle fantasie, degli immaginari che vivono dentro di noi. Ci rendiamo conto però che è uno spazio che – seppur legato all’arte, alla ricerca, alla creazione, e conseguentemente alla cultura, alla condivisione con l’altro – dal punto di vista sociopolitico, ricopre anche un ruolo commerciale, e questo ci fa sentire male, perché parlare di prodotto, di commercializzare un lavoro artistico, di attenersi alle regole del mercato, va a minare quello spazio idilliaco di libertà.

Uno dei temi che verrà affrontato durante BMotion Danza On Zoom è quello dell’uguaglianza (equality), a cosa associate questa parola?

Se vogliamo parlare di uguaglianza, la danza è il nostro modo di praticare un’uguaglianza possibile. Detto questo la danza spesso non è uno strumento democratico. E questo si palesa dagli albori del percorso di un danzatore: formarsi è sempre più costoso, danzare è un esercizio di sacrificio, anche economico, fruire della danza è ugualmente spesso costoso. In un auspicio di uguaglianza si potrebbe pensare a una formazione più meritocratica che costi di meno, a una fruizione della danza meno borghese e meno alto locata; se tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi può essere servito a qualcosa, è per il fatto di aver aperto il nostro mondo a un altro mondo che non sia il nostro. Perché ci siamo resi conto che è sempre più egoriferito e più referenziale che mai, nelle parole che usiamo, nei temi di cui parliamo che spesso non interessano nessuno oltre a noi.

Per quale motivo pensate questo?

Perché spesso ci dimentichiamo di essere comprensibili. Il che non vuol dire essere descrittivi, significa viver nel tempo presente, senza vivere in una bolla, aprirsi a quello che accade davvero.

Ok, lasciamo per un attimo il tempo presente e parliamo del futuro; come vedete il futuro della danza, della vostra danza? Siete pronti a correre dei rischi?

Il rischio è connaturato alla nostra professione da sempre, perché danzare è esporsi alla caducità delle cose, del tempo, del corpo, del gusto. L’esposizione chiama sempre in gioco una fragilità, rischiosa ma preziosa. Quindi cercheremo di mantenere forte la capacità di mostrare senza remore – che non vuol dire esibire – questa fragilità, senza arroccarci in un percorso che si allontani dal sentire, dal desiderio, dalle ragioni che ci hanno spinto a fare questo lavoro. La scelta di formare un collettivo è stata per noi un ulteriore rischio, perché da una parte essere un collettivo è un lavoro all’unisono che richiede un triplice sforzo: tutti decidiamo, tutti coreografiamo, tutti danziamo; e dall’altra il collettivo è una realtà che non esisteva da molto tempo.
Il futuro della danza idealmente lo immaginiamo dal vivo e non digitale, perché auspichiamo che questa sia una parentesi, necessaria ma solo una parentesi. Un futuro digitale sarebbe un po’ distopico, significherebbe rinegoziare tutto il nostro modo di creare, di formare, di trasmettere, di partecipare, e questo richiederebbe un enorme quantità di tempo. Per il futuro ci auguriamo anche che nel territorio nazionale vengano garantiti determinati diritti e vengano date maggiori garanzie a noi danzatori, e a tutti i lavoratori dello spettacolo dal vivo: che il nostro venga considerato sotto tutti i punti di vista un lavoro, e che ci venga data la possibilità di poter spendere del tempo nella ricerca. Crediamo che questo sia l’unico modo perché la danza possa avere una vita futura.

di Rita Borga

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