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30 agosto 2019 Commenti disabilitati su NUOVI SGUARDI | Why dance activism? Editorial by Tommaso Testolin Views: 123 News, Nuovi sguardi | Guazzo & Testolin, Posts

NUOVI SGUARDI | Why dance activism? Editorial by Tommaso Testolin

 Il testo in italiano segue quello inglese

 

Your body, the body of the multitude

and the pharmacopornographic

networks that constitute them

are political laboratories

both effects of the processes of

subjectivation and control

and potential spaces for political

agency

and critical resistance to normalization.

(Paul Preciado, Testo Junkie: Sex, Drugs, and Biopolitics in The Pharmacopornographic Era)

ENG | BMotion week has just come to an end, and it was my first time in Bassano del Grappa at a contemporary dance festival, so I suppose I should try to find a shared path and some common terms to which my words may be traced back to. I’ve always struggled to define myself as an activist. The first time I came across the field of activism on a personal level (in my case, LGBT activism) was through queer theories, a very thorny field of research, which strives to keep the shadows alive behind every alleged attempt to reach liberation.
Anyhow, I feel quite close to this word and when I discovered, with time, that my presence at BMotion was somehow related to dance and to discourse on dance, to the complex relationship between movement and critique, I felt challenged and undermined. This is because I have thought many times about the potential definition of critique, and despite everything I always go back to the famous and widely debated words of Michael Foucault, for whom critique stood for “the art of voluntary disobedience, of reasoned unruliness”, “the art of not being governed or- if preferable- the art of not being governed in this way or at this price” (What is Critique?).
Talking about dance and performing arts, for me, means talking about body. A body that has a private and a public dimension, and which- when it comes to performance- is public, it finds itself pierced by someone else’s gaze and by social relations. But to say that the body is social leads us to the main question: what does politics have to do with our bodies?
Michel Foucault’s political critique shows that power is everywhere, and that even the naked body is never truly naked because it is being submerged by narratives and gazes that place it in a collective dimension. If liberation is not possible (because there is no ground zero outside of this network which “created” us) then the challenge lies in ensuring freedom of expression, a right so often denied, even to this day.
That’s why activism. And the role of dance in this process is crucial, because dance undoubtedly shows bodies that never cease to escape categorization. On Friday 23rd, I felt honored to take part in a project called Ciò che ci muove- What moves us- a network of people who are professionally involved in dance and in the field of culture. After repeated efforts to outline an overview of current professional figures and the importance of re-thinking their positions, one of the themes discussed was the relationship between dancers, choreographers and political institutions. What role can dance play as a form of resistance? How can we engage with political power while, at the same time, opening a space of discussion and encounter? If the work of an artist can never lie wholly outside of the capitalistic financial offers how can it also represent something new, de-structuring, a heterotopia – quoting Foucault once again, and (maybe) for the last time.
These are some of the questions voluntarily left unanswered by this strange and incredibly dense week. How can our body act to allow those other bodies surrounding it to freely express themselves? That’s why dance activism.
I have met a lot of dance activists in Bassano, but I choose one gaze: the eyes of Dennis Carney, a “black gay activist” – to quote the words he used to introduce himself for the first time during the meeting that followed the physical practices on Thursday 22nd. So inspiring.
Of course, there will always be a white flag in the end, just like in DEMONSTRATE RESTRAINT by Yasmeen Godder and Tomer Damsky (CSC Garage Nardini, 24.08.2019), but in a way, I still want to feel the duty to act. Quoting E. Lee Masters:

But life without meaning is the torture

Of restlessness and vague desire– It is a boat longing for the sea and yet afraid.

(George Gray, Spoon River Anthology)

Thank you all.

Tommaso Testolin

English text revision by Elena Baggio

Cover Photo by Riccardo Panozzo: “Demonstrait restraint” by Yasmeen Godder and Tomer Damsky

 

 

Il tuo corpo, il corpo della moltitudine

e le trame farmacopornografiche

che li costituiscono

sono laboratori politici,

allo stesso tempo effetti di processi

di assoggettamento e controllo

e spazi possibili di azione critica

e di resistenza alla normalizzazione.

Paul B. Preciado, Testo tossico

 

La settimana di B.Motion è appena finita ed è stata la prima volta per me a Bassano del Grappa ad un festival di danza contemporanea e dunque suppongo di dover trovare delle linee comuni alle quali le mie parole possano essere ricondotte.

Ho sempre avuto problemi nel definirmi un attivista. Il primo impatto, a livello personale, che ho avuto con il campo dell’attivismo (ad esempio, nel mio caso, l’attivismo LGBT) è stato attraverso le teorie queer, un campo di ricerca profondamente scomodo, che cerca di riportare alla luce tutte le ombre che si celano dietro ogni presunto tentativo di liberazione.

Ad ogni modo mi sento abbastanza vicino a questa parola e quando ho scoperto, con il tempo, che la mia presenza a B.Motion era in qualche modo legata alla danza e ai discorsi su di essa, al complesso rapporto tra movimento e critica, mi sono sentito messo in discussione. Questo perché ho riflettuto diverse volte sulla possibile definizione di critica, e nonostante tutto ritorno sempre alle note e discusse parole di Michel Foucault, per il quale la critica rappresentava “l’arte della disobbedienza volontaria, dell’indocilità ragionata”, “l’arte di non essere governati o, se si preferisce, l’arte di non essere governati in questo modo e a questo prezzo”. (Illuminismo e critica).

Parlare di danza e di arti performative significa parlare di corpo. Un corpo che ha una dimensione privata e una dimensione pubblica e che performativamente è comunitario, trova sé stesso attraversato dallo sguardo di qualcun altro e da relazioni sociali. Ma dire che il corpo è sociale ci conduce alla grande domanda: che cosa la politica ha a che fare con i nostri corpi?

La critica politica di Michel Foucault mostra che il potere è ovunque e che perfino il nudo non è mai nudo davvero perché immerso in sguardi e intrecci che lo pongono in una dimensione collettiva. Se una liberazione non è possibile (perché non esiste un punto zero al di fuori della produzione di noi stessi) allora la sfida risiede nel fornire la possibilità di libera espressione, ancora oggi spesso negata.

Ecco perché attivismo. E il ruolo della danza in questo processo è cruciale perché sicuramente essa presenta corpi che non cessano di non scriversi in categorie. Venerdì 23 mi sono sentito onorato nel poter partecipare all’incontro di un gruppo chiamato Quello che ci muove, una rete di persone coinvolte a livello lavorativo nella danza e nel settore culturale. Dopo una serie di sforzi per tentare di delineare un panorama degli attuali professionisti e l’importanza di ripensare le loro posizioni, tra gli altri uno dei temi discussi è stato quello del rapporto tra danzatori, coreografi e istituzioni politiche. Quale ruolo per la danza come resistenza? Come trattare con il potere politico e allo stesso tempo aprire uno spazio di discussione e di incontro? Se l’opera di un artista non può mai porsi interamente al di fuori delle logiche finanziarie capitalistiche come può rappresentare anche qualcosa di nuovo, destrutturante, insomma un’eterotopia, citando per l’ultima volta (forse!) ancora Foucault.

Sopra alcune questioni volontariamente lasciate aperte da questa strana e ricchissima settimana. Come può il nostro corpo agire per consentire la libera espressione dei corpi che ci circondando? Ecco perché dunque attivismo della danza.

Ho incontrato molti attivisti a Bassano ma scelgo uno sguardo: gli occhi di Dennis Carney, un “attivista gay nero”, usando le parole con cui si è presentato la prima volta durante il meeting dopo le pratiche fisiche giovedì 22. Ancora adesso un’ispirazione.

Ovviamente alla fine si troverà una bandiera bianca, come in DEMONSTRATE RESTRAINT, che vede in scena Yasmeen Godder e Tomer Damsky (visto il 24 agosto presso il Garage Nardini), ma in qualche modo ho voglia di sentire il dovere dell’azione. Citando E. Lee Masters:

Ma la vita senza significato è la tortura

dell’irrequietezza e del desiderio vago –

è una nave che anela il mare eppur lo teme.

(George Gray, Antologia di Spoon River)

Grazie di cuore.

Tommaso Testolin

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