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Chiara Bersani

23 agosto 2015 Commenti disabilitati su “Tell me more” | intervista con Chiara Bersani Views: 1750 Interviews, News

“Tell me more” | intervista con Chiara Bersani

22 Agosto 2015, Operaestate, B.Motion Danza | Abbiamo incontrato Chiara Bersani questa primavera, in occasione della sua residenza qui a Bassano, al CSC Casa della Danza / Operaestate . Le abbiamo chiesto di raccontarci di più sul suo ultimo lavoro “Tell me more”, che ha debuttato in questi giorni per l’edizione 2015 di B Motion Danza.

“Tell me more”, 22-23 agosto, Musei Civici, Bassano del Grappa. Performance di Chiara Bersani. In collaborazione con  Into n°8-ottetto del Coro Vecchio Ponte. Assistenza drammaturgica: Matteo Ramponi. Produzione: Corpoceleste_C.C.00#, La TristuraTeatro Pradillo 

 

Chiara Bersani

Chiara Bersani

Da dove nasce questo lavoro?

Sicuramente da una diramazione di quello che è il terzo capitolo di Family Tree: l’immagine di una banda sotto la neve. È un’immagine che dura otto minuti ed è nata dal lutto di mio padre. Mio padre è morto a maggio del 2012. Io a settembre avevo in programma la rappresentazione di Family Tree. La creazione  di quel terzo quadro è stata quasi il suo funerale, il commiato che avrei voluto avere da lui. A lui piaceva la banda, a me piace la neve; a lui piaceva la canzone che canto alla fine, “Il cielo in una stanza”, e a me piace la musica che mio fratello ha composto per lo spettacolo, su mia commissione.

Quell’immagine è come la pagina di un diario segreto, intimo e personale, che ho scelto di condividere con il pubblico. I primi due frammenti della trilogia, infatti, sono molto diversi, più legati alla danza, al movimento, all’aspetto performativo. Quello che mi interessava fare con il terzo quadro, invece, era far ritornare l’umano. E quando l’ho finito, ho avuto la sensazione molto forte che quella non fosse la conclusione ma l’inizio di qualche cosa d’altro. Così è stato.

“Tell me more” è frutto della collaborazione con il coro maschile Into n°8.

Sì, ed è dal 2013 che lavoro a questo spettacolo. Nel coro ci sono otto persone, tutti uomini, tra i 45 ai 70 anni. Sono uomini e sono molto… maschili. A volte è interessante questo aspetto: il canto per loro è sempre stato qualcosa di maschile. Dovresti chiedere a loro quindi come è stato l’inserimento di una donna nel gruppo!

Quali sono state le fasi del lavoro?

Inizialmente, lo spettacolo doveva essere un mio assolo. Poi, ho cambiato idea e ho pensato ad un coro, con me in scena, in alto e rivolta verso il pubblico, e il coro di spalle , per ribaltare l’immagine classica del coro frontale. Quindi, ho pensato di scomparire dalla scena e lasciare spazio al coro, perché dopo aver conosciuto queste persone, dopo averle incontrate, c’è stato un cambio di rotta da parte mia.

Coro Into n° 8 e Chiara Bersani

Coro Into n° 8 e Chiara Bersani

Che cosa è cambiato?

Sono cambiata io. Quest’anno ho compiuto trent’anni. Siamo in Italia, e avere trent’anni in Italia significa appartenere ad un generazione che è stata ingannata, derubata. Ci avevano detto che avremmo avuto il futuro in tasca, ma non è stato così. Chi è venuto prima di noi ha una certa responsabilità per quanto ci sta succedendo. Quando li ho incontrati,  ho pensato che erano perfetti: loro sono una struttura, mi sono detta, e ho voluto provare a smontarli. Questo è il lavoro che ho fatto con loro:  destrutturare, smontare. Ma se smonti una struttura arriva la crisi.

Da parte mia c’era questa voglia di “vendetta” verso la generazione che ci ha preceduto. E le persone di questo coro incarnavano quella generazione. Ma conoscendoli, questa voglia di “vendetta” è crollata.

Quest’inverno sono stata qui una settimana in residenza e ho chiesto ad ognuno di loro di prendere un caffè da soli con me. Mi sono incontrata con tutti. Ho scoperto un desiderio di raccontarsi enorme. Queste chiacchierate sono diventate molto più di semplici colloqui di lavoro, sono stati incontri umani, soprattutto con alcuni di loro. E questo mi ha fatto innamorare di loro ancora di più. All’inizio li percepivo come parte di una realtà molto dura, molto chiusa, molto distante, e invece mi sbagliavo, non è così. Anche loro, pur essendo uomini, conoscono delle fragilità. Sono uomini-alberi, grandi, imponenti ma esposti al vento e alle intemperie, come tutti gli altri.

Qual è il nucleo di questo lavoro?

Abbiamo lavorato molto sulla camminata, che è sicuramente alla base di questa performance, perché il loro modo di camminare, di stare in piedi e di muoversi nello spazio ha un’identità molto forte. Il loro modo di camminare è legato al loro modo di essere. La sfida è riuscire a farli camminare in modo consapevole ma non artificiale, a far mantenere loro la naturalezza. Il mio scopo è riuscire a portarli davanti ad un pubblico mostrando quel lato di naturalezza e di cameratismo che loro hanno. Da tredici anni si vedono almeno due o tre volte a settimana per le prove del coro: è una storia d’amore. Per me è qualcosa di affascinante. Io non sono mai riuscita a mantenere questa costanza. Loro ci riescono, da tredici anni, eppure  sono tutte persone che hanno una vita privata, un lavoro, altri impegni. Questo è il lato più seducente per me: questo legame tra individui. Voglio raccontare questa cosa al pubblico, senza renderla finta, senza rovinare la loro naturalezza. L’intento è di scomporre tutto e sviscerare la dinamica del gruppo. Ho chiesto loro di non cantare. Mi rendo conto che è di una violenza incredibile chiedere a qualcuno di non fare quello che meglio sa fare. È successo che durante una prova lunga in cui avevo chiesto di non cantare, quando finalmente ho chiesto loro di cantare, è uscita una canzone bellissima, con una tessitura, con un’atmosfera meravigliosa, senza giudizio, come un fiume in piena che rompe l’argine.

Chiara Bersani

Chiara Bersani

Ci puoi anticipare qualcosa sul tuo prossimo lavoro?

Sì, è un film: Miracle Blade. Doveva essere un lavoro teatrale, nel quale coinvolgere altre persone con la mia stessa malattia: l’osteogenesi. La cosa però avrebbe comportato oneri economici non affrontabili e avevo l’esigenza di realizzarlo subito. Ne parlai con Matteo Maffesanti e si pensò di fare un video da inserire nel lavoro teatrale con in scena me e Silvia Gribaudi. Ci demmo appuntamento a Ferragosto. Dovevamo girare un video breve, abbiamo girato un film di 54 minuti.

In questo film ci sono tutti: Matteo Ramponi, Marco D’Agostin, Silvia Gribaudi,  Francesca Foscarini, Matteo Maffesanti. I due protagonisti sono due persone che hanno la mia stessa malattia: Leonardo Panzeri, presidente dell’ “Ass. Italiana Osteogenesi Imperfetta”, e una ragazzina.  Lo abbiamo girato nel paese dove vivo io, a San Rocco al Porto. Mia mamma ha una casa lì, dove abbiamo ospitato tutti. Matteo dormiva in cantina! Si iniziava a girare la mattina presto e si finiva tardi la notte. È stato davvero un piccolo miracolo anche umano, quello che è accaduto tra di noi.

Anna Trevisan

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PER SAPERNE DI PIU’ SUL LAVORO DI CHIARA BERSANI: 

 

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